EEE (endorsement elezioni europee)

La campagna elettorale è finita, credo di aver spiegato con dovizia di spiegazioni perché ritengo che votare L’Altra Europa con Tsipras sia la scelta migliore per chi si ritiene un europeista di sinistra. A poche ore dallo scattare del silenzio elettorale (che poi vabbe’, non lo rispetta quasi più nessuno), voglio parlare invece delle preferenze da segnare sulla scheda.

Ogni elettore, oltre a segnare il simbolo della lista che vuole votare, può esprimere sino a tre preferenze, differenziate per genere, scrivendo i nominativi sulla scheda (nome e cognome, o solo il cognome ). Penso che valga la pena usarle tutte e tre e per questo io, che voto nella circoscrizione Sud, scriverò i nomi di Gano Cataldo, Eleonora Forenza e Dino Di Palma.

Anche se residente nel meridione, di fatto da qualche anno sono domiciliato in Lombardia. Se votassi nella circoscrizione Nord-Ovest voterei quello che, in assoluto, è il mio candidato preferito, Luis Alfredo Somoza, giornalista, esperto di relazioni internazionali e di cooperazione. Oltre a lui, scriverei  i nomi di due donne: la giornalista e pacifista Giuliana Sgrena e Carla Mattioli, ambientalista e protagonista dell’opposizione non violenta e informata al progetto della Tav.

Se fossi ancora uno studente dell’Università di Bologna, voterei nella circoscrizione Nord-Est, e come sostenitore dell’ecologismo europeo darei volentieri una preferenza a Oktavia Brugger, Camilla Seibezzi e Riccardo Petrella.

Lascio perdere i condizionali per le altre due circoscrizioni, dove non ho mai soggiornato più di una settimana, ma agli elettori della circoscrizione Centro suggerisco di votare  Marco Furfaro, Nazzarena Agostini e Felice Roberto Pizzuti , e a quelle della circoscrizione Isole Olga Nassis, Alfio Foti, Maria Elena Ledda.

 

E con questo, l’attivismo online per queste elezioni finisce. Tra qualche ora, con il concerto di chiusura della campagna elettorale di Sinistra per Pavia, finirà anche l’attivismo fisico, e mi prenderò qualche giorno di riposo. Buon voto a tutti!

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Se proprio non volete votare Tsipras…

Nei giorni scorsi ho elencato alcuni dei buoni motivi per votare L’altra Europa con Tsipras alle elezioni europee di domenica prossima. Ce ne sarebbero ancora altri (uno velocissimo per chi è tentato di votare “da sinistra” il  Movimento 5 stelle: un partito senza affiliazioni né particolari rapporti di collaborazione con i partiti di altri paesi potrà anche avere molti eurodeputati, ma conterà ben poco nel parlamento europeo), ma ormai il tempo è ridotto, e vorrei affrontare un altro tema. Ci sono persone di sinistra che proprio non hanno intenzione di votare per la lista Tsipras, anche a causa di alcuni degli errori che sono stati commessi nella fase di lancio del progetto, di scelta dei partecipanti e dei candidati, e di campagna elettorale. Quali sono allora le migliori alternative di voto?

Secondo me, in questo caso la cosa migliore è ragionare non tanto in termini di sinistra e destra, ma di approccio verso il progetto europeo, che è la posta in gioco principale di queste elezioni. Sulla base dell’atteggiamento verso l’Europa i contendenti possono dividersi in tre gruppi: europeisti riformisti, europeisti conservatori e euroscettici.

Gli euroscettici sono un gruppo eterogeneo di partiti accomunati dalla contrarietà all’unione politica della comunità europea e all’aumento dei poteri degli organi comunitari rispetto agli stati nazionali. È un calderone che spazia da chi vuole fermare il processo di integrazione allo stato in cui si trova attualmente a chi vuole invece tornare indietro e abbandonare alcuni degli strumenti sinora costruiti, primo tra tutti l’euro. In Italia i rappresentanti di questo gruppo che si presentano alle elezioni sono il Movimento 5 stelle, Forza Italia, Lega Nord, Fratelli d’Italia e il movimento Io cambio.

Gli europeisti conservatori sono i partiti a favore della continuazione del processo di integrazione europea, ma che non sono interessati a cambiare le modalità con cui il processo è andato avanti sinora, in particolare il ruolo dominante dei comitati e dei tecnocrati, e il consociativismo tra i principali gruppi del parlamento europeo. A livello continentale gli europeisti conservatori per eccellenza sono i rappresentanti del Partito popolare europeo, rappresentati a queste elezioni in Italia dalla lista comune del Nuovo centrodestra di Alfano e l’Unione di centro di Casini, mentre i socialisti europei includono sia conservatori che riformisti. Vista l’attuale situazione del Partito democratico, impegnato nelle larghe intese con Alfano e con lo sguardo rivolto più alle questioni interne che a quelle europee, si può dire che anch’esso rientra nel gruppo degli europeisti conservatori.

Gli europeisti riformisti sono quelli che vogliono che il processo di integrazione europea vada avanti ma con modalità diverse rispetto a quelle seguite sinora; in particolare, l’unione politica, verso un modello federale, deve prevedere un coinvolgimento sempre più forte dei cittadini nei processi decisionali europei. Questi obiettivi sono da sempre fatti propri dai liberaldemocratici (rappresentati in Italia da Scelta europea, cartello che riunisce Scelta civica, Fare per fermare il declino e Centro democratico) e dai Verdi (rappresentati da Green Italia); la sinistra europea ha spesso oscillato tra europeismo riformista e euroscetticismo, ma L’Altra Europa con Tsipras ha esplicitamente fatto proprio l’obiettivo del federalismo europeo, e quindi rientra a pieno in questa categoria, così come del resto il proprio candidato alla presidenza della Commissione europea.

 

Altri due partiti si presentano alle elezioni europee: il partito locale dell’Alto Adige Sudtiroler volkspartei, che si presenta solo nella circoscrizione Nord-Est, e l’Italia dei valori, che sinceramente non si capisce quale posizione abbia, ma nella sua propaganda mischia argomenti nazionali come l’abolizione della legge Fornero a una spiacevole retorica anti-tedesca. Penso che sia un voto sprecato in qualsiasi caso. Comunque, per tornare al discorso iniziale, se non volete votare L’altra Europa con Tsipras, il mio consiglio è di esprimere comunque una preferenza per l’europeismo riformista, votando o Green Italia o Scelta europea.

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Buoni motivi per votare L’Altra Europa con Tsipras – 4

MOTIVO 4) AIUTARE LA SINISTRA PD

Oggi Giuseppe Civati, il principale esponente della sinistra del Partito democratico, e grande critico del governo Renzi, ha pubblicato un post intitolato Sì, ma allora, se sei di sinistra, perché voti Pd? in cui spiega appunto perché votare Pd alle europee sia comunque la scelta migliore nonostante la situazione attuale.

Ferma restando la grande stima per Civati, che negli ultimi mesi si è preso, oltre agli insulti dei grillini, molte critiche a dir poco ingenerose, penso che i suoi argomenti siano sbagliati, e che non solo non sia utile votare per il Partito democratico alle europee, ma votare l’Altra Europa con Tsipras sia invece la scelta più razionale per gli elettori democratici che simpatizzano per Civati.

Questo tipo di argomenti non mi entusiasma, perché si usa una logica di tipo nazionale per giustificare il voto europeo, che risponde a esigenze diverse. Però dell’utilità del voto alla lista Tsipras per la causa europeista ho già scritto, e comunque è un fatto con cui bisogna confrontarsi che i principali partiti affrontino queste elezioni con un occhio rivolto più al livello interno che a quello comunitario.

Renzi non fa eccezione: il voto ha conseguenze sulla stabilità e i programmi dei governi in ogni caso (anche nei sistemi presidenziali e semi-presidenziali una sconfitta in elezioni locali può avere pesanti ripercussioni sull’azione di governo nazionale, come è accaduto di recente in Francia), ma per il premier ancora di più, a causa delle modalità con cui è arrivato al potere, vale a dire tramite una crisi parlamentare. Un successo elettorale del Partito democratico a queste elezioni sarebbe il miglior modo, per Renzi, per ottenere una legittimazione ex post alla sua ascesa a Palazzo Chigi. Al contrario, una sconfitta elettorale varrebbe quasi come una sconfessione, ma se i democratici scettici votassero per il Movimento 5 stelle il risultato più facile sarebbe quello di consolidare le grandi intese contro la minaccia del partito di Grillo; invece, un voto all’Altra Europa con Tsipras renderebbe chiaro che i voti in uscita sono della sinistra Pd che segnala il suo dissenso rispetto alla linea di Renzi.

L’obiezione più sensata a questo ragionamento è: ma per ottenere lo stesso obiettivo non basterebbe votare i civatiani nelle liste del Pd? Ora, a parte che a livello di difficoltà non c’è molta differenza fra il superare la soglia del 4% per un partito e ottenere il numero di preferenze necessario a essere eletti per candidati che non hanno un apparato alle spalle, ma comunque faccio un esempio storico: nel 2004 i candidati della sinistra dei Ds ottennero ottimi risultati alle europee. Qual è stato l’impatto di questo successo sulle evoluzioni seguenti dei Democratici di sinistra? Lascio a voi la risposta, e il giudizio. Lo stesso varrebbe oggi, perché anche se il voto europeo può avere conseguenze sul livello nazionale, i parlamentari europei sono invece molto meno influenti nella vita interna del partito, figuriamoci del governo. Inoltre i “civatiani” sono tali per gli addetti ai lavori, ma per la maggioranza dei cittadini sono semplicemente candidati del Pd, e oggi il Pd è Renzi. Ogni voto in più ai civatiani è un voto che rafforza Renzi, e toglie forza alle loro critiche nei suoi confronti.

Quindi, in sintesi: sei un sostenitore di Civati? Vorresti che il Partito democratico guardasse più a sinistra? Il modo migliore per far pesare questo tuo desiderio è votare l’Altra Europa con Tsipras. È un sistema contorto, ma se c’è una cosa su cui Renzi ha ragione è che l’Italia decisamente non sarà mai un paese normale.

 

Puntate precedenti:

1)      Solo un cartello elettorale?

2)      Democrazia e opposizione

3)      Europeismo

 

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Le sfide dell’integrazione

La Comunità Casa San Michele di Pavia ha organizzato per stasera una tavola rotonda intitolata Le sfide dell’integrazione, per parlare delle politiche per l’integrazione degli immigrati in Italia. L’evento è in collaborazione con gli organizzatori del Master in Immigrazione, genere, modelli familiari e strategie di integrazione dell’Università di Pavia.

Tra i relatori ci sarò anche io, con un intervento sullo stato dei processi di policymaking locale sull’immigrazione in Italia. Questa la scaletta degli interventi:

Angelo Scotto, Università di Pavia (dottore in Scienza politica): Politiche locali e integrazione
Marcello Rosa, Università di Pavia (diplomato al master): Il dialogo interculturale come strategia di integrazione
Matteo Minetti, Università di Pavia (diplomato al master): Seconde generazioni e integrazione
Anna Pozzi, Giornalista: Il rimpatrio volontario assistito
Emanuela Dal Zotto, Università di Pavia: Dalla Sicilia a Pavia, quale integrazione?

Coordina Anna Rita Calabrò, professoressa presso l’Università di Pavia e coordinatrice del master.

La serata inizia alle 21 presso il Salone Nuovo Millennio di Casa del Giovane in via Lomonaco. Chi è interessato, venga pure.

 

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Buoni motivi per votare L’Altra Europa con Tsipras – 3

MOTIVO 3) EUROPEISMO

Aggiornare regolarmente i buoni motivi per votare L’Altra Europa con Tsipras è difficile in queste ultime settimane di campagna elettorale, che nel mio caso è pure doppia, essendo candidato alle comunali con Sinistra per Pavia. Ma visto che l’attenzione giornalistica è quel che è, è una delle responsabili della comunicazione della lista Tsipras è finita nell’occhio del ciclone per aver pubblicato una foto in bikini, con un commento scherzoso sull’atteggiamento dei media che è stato immediatamente distorto dagli stessi, forse è il caso di continuare, per quanti pochi siano i lettori di questo blog.

Nell’ultimo post facevo considerazioni di carattere nazionale, oggi invece vorrei usare il punto di vista più adeguato, cioè quello europeo. E la prima cosa da evidenziare è che L’Altra Europa con Tsipras è indubbiamente una lista europeista, sia nel programma sia nei suoi rimandi simbolici (come l’evento svoltosi a Ventotene; anche se gli organizzatori dovrebbero rendersi conto che si tratta di un simbolismo comprensibile a una ridotta minoranza di italiani e che bisognerebbe cercare di usare un linguaggio che raggiunga tutti e non solo i laureati). Anche lo stesso Alexis Tsipras, con il suo punto di vista radicale e critico, ha un approccio non euro-scettico che è un elemento di innovazione all’interno della stessa Sinistra europea, in cui convivono partiti che sul tema del ruolo e dei poteri dell’Unione Europea hanno opinioni divergenti. Il risultato è che, nei lavori del Parlamento europeo, il gruppo della Sinistra europea ha preso sinora posizioni molto fredde verso i tentativi di unione politica, forse anche per una comprensibile volontà di differenziarsi rispetto al semi-consociativismo di socialisti e popolari europei. Tuttavia la scelta di nominare candidato a presidente della Commissione Tsipras è il primo passo per spostare il gruppo verso una posizione di “europeismo critico” in potenza molto promettente. Da questo punto di vista, se L’Altra Europa riuscisse ad eleggere degli europarlamentari, il loro contributo a questa evoluzione sarebbe importantissimo.

C’è un altro aspetto, di carattere strategico, da considerare. Se la lista riesce a superare la soglia del 4%, i seggi che ottiene sono tolti agli altri competitori più forti: Partito democratico, Movimento 5 stelle, Forza Italia…  ma se raggruppiamo i partiti che si presentano alle europee in due gruppi, europeisti e euroscettici, il risultato positivo de L’Altra Europa si traduce di sicuro in più seggi per i primi a danno dei secondi. Quindi, se ragioniamo in termini di partito, i simpatizzanti democratici potrebbero pensare che la lista Tsipras si danneggi; ma ragionando in termini di visioni dell’Europa, in realtà questa lista rafforza il campo europeista purché superi il 4%.

In sintesi: per chi è europeista, un buon risultato de L’Altra Europa con Tsipras è utile in Italia perché toglie seggi al blocco degli euroscettici, ed è utile in Europa perché contribuisce a spostare su posizioni favorevoli all’unione politica dell’Ue l’area a sinistra dei socialisti.

Puntate precedenti:

1)      Solo un cartello elettorale?

2)      Democrazia e opposizione

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Buoni motivi per votare L’Altra Europa con Tsipras – 2

MOTIVO 2) DEMOCRAZIA E OPPOSIZIONE

I sondaggi attuali (sbagliato demonizzarli) danno indicazioni contrastanti sul peso elettorale dell’Altra Europa per Tsipras, il che è normale conseguenza dell’alta percentuale di indecisi. Tuttavia, un dato emerge chiaramente: di certo non sarà tra i primi tre o quattro partiti per numero di voti. Ovvero, anche in caso di successo elettorale alle europee questa lista, con i suoi eventuali futuri sviluppi, non sarà un competitore diretto del Movimento 5 stelle, del Partito democratico, del centrodestra che verrà.

Naturalmente essere un piccolo partito non vuol dire restarlo: secondo me uno dei principali errori di Sinistra ecologia libertà nel momento di massima popolarità (2011) è stato quello di non scommettere sull’autonomia e sulla crescita elettorale del partito, ma di puntare tutto sul leader e sulla ipotetica nascita di un nuovo soggetto di sinistra a cui nessun altro era interessato. Ma gli altri paesi europei ci mostrano numerosi esempi di partiti di sinistra che, dopo aver toccato il minimo storico, sono riusciti a risalire e a crescere oltre i loro valori storici. Naturalmente il caso più eclatante è quello di Syriza in Grecia, ma qualcosa di simile sta avvenendo con Izquierda  Unida in Spagna, e anche in paesi che soffrono molto meno per la crisi economica: basti pensare alla Linke in Germania, e in misura minore al Front de Gauche in Francia o al Partito socialista nei Paesi Bassi.

Tutto questo per dire che, se anche in queste elezioni europee L’Altra Europa con Tsipras dovesse fermarsi al 4-5% sarebbe comunque una base di azione per crescere in futuro. Però deve ottenerlo, quel 4-5%, e molti elettori si chiedono perché votare un partito piccolo, se non sarebbe meglio appoggiare partiti già più forti e radicati per ottenere più peso. Perché non votare il Partito democratico, magari dando la preferenza ai candidati più di sinistra? Perché non votare Movimento 5 stelle per mostrare l’opposizione al governo Renzi?

C’è un bel dire che si dovrebbe ragionare in termini di politica europea e non nazionale, i più fanno esattamente il contrario, e bisogna tenerne conto. E allora consideriamo questo aspetto: siamo tutti d’accordo sul fatto che la qualità della democrazia in Italia sia pessima, e non da oggi. Uno dei problemi principali è la mancanza di accountability: questo termine vuol dire responsabilità, e in questo contesto indica la possibilità per gli elettori di ricondurre ai diversi attori politici (governo, opposizione, partiti, leader, ecc.) i meriti e le colpe dei singoli eventi e atti politici. Se non c’è accountability non ci sono informazioni adeguate per valutare chi si presenta alle elezioni, non si può premiare o punire i candidati sulla base di dati concreti, e quindi si aprono le porte a criteri di scelta molto peggiori.

Sino a oggi l’opinione maggioritaria tra gli individui e i partiti che si sono alternati al potere è che, per aumentare l’accountability e migliorare la qualità della democrazia, bisogna aumentare i poteri del governo, in modo che ad esso siano riconducibili tutte le principali responsabilità. Questo ragionamento non è sbagliato, ma lo diventa se si dimentica un suo importante corollario: la presenza di un governo presuppone quella di una opposizione efficace, che abbia spazi anche nelle istituzioni per rappresentare le idee e gli interessi delle minoranze. Se non si dà il giusto peso a questo argomento, la conseguenza sarebbe lo sviluppo di un sistema in cui il governo ha poteri pressoché assoluti per tutta la durata della legislatura. Ora, in tutti i sistemi democratici, anche quelli in cui il governo ha i poteri maggiori, esistono dei contrappesi per evitare lo strapotere. Questa considerazione non sembra interessare né a Renzi né a Berlusconi, e nemmeno a Grillo, dai cui discorsi emerge chiaramente che, nel caso in cui dovesse ottenere la maggioranza e andare al governo, non avrebbe il minimo interesse ad ascoltare (né tantomeno legittimare) le forze di opposizione. Le poche voci che ricordano il ruolo essenziale dell’opposizione per una democrazia efficiente sono quelle di alcuni intellettuali – sbrigativamente liquidati come “professoroni” dai media mainstream – che appoggiano L’Altra Europa con Tsipras.

In sintesi: in un contesto come le elezioni europee in cui non si vota per creare un governo, porre le basi per una opposizione credibile è un gesto utile per il miglioramento della democrazia italiana.

(sull’utilità di votare i candidati di sinistra del Pd tornerò la prossima volta).

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1)      Solo un cartello elettorale?

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Buoni motivi per votare L’Altra Europa con Tsipras – 1

Questo è il primo di una serie di post che elencheranno i buoni motivi per votare, alle elezioni europee, la lista L’Altra Europa con Tsipras.

Conosco molte persone che, pur essendo politicamente vicini all’area rappresentata da questa lista, sono indecisi sul votarla per vari motivi, anche fondati. Vorrei replicare agli argomenti contro il voto e proporne di altri a favore.

Non si tratta di argomenti da campagna elettorale, quella che mira a raggiungere la grande maggioranza degli elettori, e che si conduce sui mezzi di comunicazione e con il lavoro volontario strada per strada, gazebo per gazebo, volantino per volantino. Per queste attività sono già impegnato a livello locale, con la propaganda per le europee che va a braccetto con quella di Sinistra per Pavia; ma il mio blog non è certo un mezzo di comunicazione di massa, vista la quantità di lettori, per cui lo uso per considerazioni più articolate o di carattere strategico, rivolte a quella minoranza di elettori che si interessano già per conto proprio di politica in maniera continuativa, e sono indecisi su quale sia il modo migliore per massimizzare l’utilità del proprio voto.

 

MOTIVO 1) SOLO UN CARTELLO ELETTORALE?

Sono passati sei anni dal 2008, ma il tonfo della  Sinistra Arcobaleno fa ancora male e fa ancora paura. La domanda inevitabile è: perché questa lista Tsipras dovrebbe essere diversa da quell’esperienza? Perché dovrebbe essere considerata qualcosa di nuovo e positivo invece che l’ennesimo cartello elettorale per tentare di superare il quorum?

Come dicevo nell’introduzione, queste obiezioni sono fondate e non possono essere liquidate come malafede o propaganda avversaria. Detto questo, prima di criticare l’idea del cartello elettorale bisognerebbe considerare che, quando si è in presenza di una soglia percentuale da superare, l’idea di unire le forze è un segno di pragmatismo non certo da disprezzare. Il problema è se subito dopo l’eventuale superamento ci si divide di nuovo, ma qua è difficile fare previsioni: sino ad oggi la storia della sinistra radicale è segnata da cartelli che si sono sciolti dopo una sconfitta, mai dopo vittorie. Però si consideri una cosa: questi partiti e movimenti che si sono messi insieme per le Europee spesso hanno polemizzato anche duramente tra loro, in passato. Ma se andiamo a vedere le mobilitazioni principali, le posizioni erano così divergenti. Sinistra ecologia libertà e  Rifondazione comunista erano insieme nella campagna per i referendum del 2011, o per i referendum sul lavoro del 2012; così come insieme si oppongono all’alta velocità o alla Bossi-Fini; le posizioni non sono così divergenti nemmeno sui diritti civili. E lo stesso vale per quanto riguarda le posizioni delle associazioni e dei movimenti sociali che aderiscono a L’Altra Europa. La realtà è che le principali linee di rottura tra questi diversi attori riguardavano la dimensione strategica: dialogare con il centrosinistra o no? Allearsi con il Pd o no? Cose così; in questa fase in cui il Pd di Renzi rilancia quella vocazione maggioritaria che aveva smarrito con la sconfitta di Veltroni lo spazio di dialogo per la sinistra è molto ridotto, e quindi è normale che attori che si erano allontanati come SEL e comunisti si riavvicinino.

Quindi la lista per Tsipras, anche se riunisce realtà a lungo distanti, è però piuttosto omogenea dal punto di vista ideale e programmatico. Anzi, probabilmente sono maggiori le distanze tra civatiani e moderati nel Partito democratico. Il successo elettorale de L’Altra Europa potrebbe favorire il rilancio di un processo unitario a sinistra che nel 2008 è fallito per la chiusura identitaria della maggioranza di Rifondazione e per la rincorsa al socialismo di una parte di SEL. Per usare uno slogan altrui (non è un blog di massa…), può essere la svolta buona.

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Ma quale svolta autoritaria…

L’appello “Verso la svolta autoritaria” promosso da Libertà e Giustizia mi fa sorridere, ma senza divertimento. Sorrido perché i toni e le paure sono esagerate rispetto alla realtà dei fatti; non mi diverto perché i testi delle riforme proposte dal governo Renzi sono comunque pessimi e richiederebbero un’opposizione concreta, non basata su fantasmi.

Come critiche mi sembrano molto più interessanti e puntuali quelle avanzate da  Gianfranco Pasquino, per esempio. In particolare mi piace questo passaggio:

Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine.

Se si fa del Senato una camera per le autonomie locali, allora meglio sarebbe una composizione mista in cui la maggioranza dei senatori sono eletti su base territoriale, e una minoranza è composta da rappresentanti delle regioni (magari tre per regione, come in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica); ma tutti parlamentari a tempo pieno. La proposta attuale invece è un pastrocchio che sembra fatto solo per motivi di immagine, per poter dire che non ci saranno più stipendi da pagare ai senatori.

Lo stesso problema, per quanto mi riguarda, che si presenta con la abolizione degli organismi elettivi delle province, sostituite da assemblee di sindaci. Anche qui sembra che l’unico scopo sia non tanto migliorare l’efficienza amministrativa o la distribuzione dei poteri tra i diversi livelli di governo, ma semplicemente far vedere che ci sono dei cambiamenti a costo zero.

I governi provinciali di sicuro non hanno funzionato a dovere in questi anni. La moltiplicazione delle province, la poca informazione riguardo le loro competenze, la centralità mediatica di sindaci e presidenti di regione le ha rese l’obiettivo ideale di una campagna di stampa che le vuole inutili poltronifici da abolire il prima possibile. Non è così; le province si occupano di questioni rilevanti per la collettività che non possono essere ricondotte al livello comunale, in particolare per quanto riguarda la cura del territorio; ma in Italia i cosiddetti “riformisti” non amano molto riformare, quanto piuttosto eliminare: se una cosa non funziona non si cerca di cambiarla in meglio, la si sopprime direttamente. E così invece di migliorare la distribuzione dei poteri e cercare di informare meglio i cittadini sull’importanza delle province, in modo da favorire anche l’accountability degli eletti, si preferisce togliere di mezzo le elezioni provinciali. Qui non c’è un rischio di autoritarismo, ma la concreta possibilità di un peggioramento della qualità della democrazia, che già in Italia non se la passa proprio bene.

 

La fretta di Renzi nel cercare di portare a casa delle riforme, anche a prescindere dalla qualità dei risultati, è comprensibile: i fattori che gli hanno permesso di prendere il posto di Enrico Letta come capo del governo sono gli stessi che lo metterebbero a rischio di subire la stessa sorte in caso di sconfitta alle elezioni europee (anche se, rispetto ai suoi predecessori al governo e nel partito, è avvantaggiato dall’assenza di rivali forti per il ruolo di segretario del Pd); al momento i sondaggi lo confortano, ma il cosiddetto “effetto Renzi” non è eterno, e l’immobilismo reale o percepito può affossarlo. Da cui la fretta di ottenere risultati che piacciano non tanto allo zoccolo duro o alla sinistra del partito, ma alla base più vasta di elettori potenziali, meno interessati alle questioni di principio. Non potendo offrire miglioramenti economici reali, come ha dimostrato la vicenda della promessa del taglio delle tasse, deve puntare su temi che strizzano l’occhio all’antipolitica, come appunto l’abolizione del Senato e delle province, che poi abolizioni non sono.

Naturalmente i dirigenti del Partito democratico parlano di grandi riforme, come è normale che sia, e dovrebbe essere l’opposizione a puntare l’indice sui difetti delle riforme proposte, e presentando a propria volta delle alternative, perché il malfunzionamento del sistema attuale è comunque palese.

Appelli come quello di Libertà e Giustizia, invece, oltre a rendere l’opposizione meno credibile con le loro esagerate paure di autoritarismo, prestano il fianco a chi vuole trasformare il dibattito in uno scontro “conservatori vs innovatori”. È il gioco giocato da Berlusconi per anni, ma c’è poco da prendere in giro i democratici per aver abbracciato lo stile e i metodi dell’avversario di sempre: in questo gioco chi si presenta come innovatore vince. Anche perché, come ho scritto in passato, la difesa della Costituzione è prima di tutto difesa dei suoi principi ispiratori, che possono essere difesi e promossi anche con un aggiornamento del testo costituzionale. Questo è il campo di battaglia su cui la sinistra dovrebbe confrontarsi per smontare la strategia di Renzi, non rifugiarsi in battaglie immaginarie e autoreferenziali.

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Note verso il congresso di SEL – 1

Il 28 febbraio 2013, pochi giorni dopo la sconfitta elettorale alle politiche, scrivevo un post in cui analizzavo la situazione di Sinistra ecologia libertà e le possibili linee di azione che si potevano scegliere da quel momento in poi: rafforzamento dell’autonomia del partito, creazione di un partito unico della sinistra radicale, adesione ai Verdi europei, confluenza nel Pd come ala sinistra. A margine di queste opzioni e delle mie opinioni su di esse aggiungevo che “la decisione non può essere presa da un ristretto numero di dirigenti, ma è il momento di aprire la discussione a tutti i livelli: iniziare subito i lavori per il congresso del 2013, fare un regolamento che prevede la presentazione di mozioni differenti da mettere al voto nei circoli, creare luoghi di discussione fisiche e online, imporre agli eletti in parlamento il confronto con i militanti del partito.” In chiusura, paventavo che se non si fosse fatto così ci sarebbe stata una fuga degli attivisti e il declino irreversibile del partito. A pochi giorni dalla mia partenza per il congresso nazionale di SEL come uno dei delegati della federazione di Pavia, rileggo quel post e devo dire che sono stato un facile profeta: l’organizzazione del congresso è andata nel senso opposto all’apertura auspicata da me e tanti altri, e il risultato è che, dopo un breve periodo di crescita dei consensi dovuto al ruolo di opposizione del governo Letta, SEL ha iniziato a calare nei sondaggi scendendo sotto il già pessimo risultato di febbraio, e in tanti, delusi dalla gestione del dibattito interno, si sono allontanati. Non tutti: la minoranza del partito che ha la sua voce più coerente in Fulvia Bandoli è riuscita a far sentire la sua voce nei congressi locali, e il lodevole operato dei compagni di ApritiSEL ha permesso di allargare un dibattito che, se fosse stato per l’organizzazione ufficiale, sarebbe stato sterile a dir poco. Negli ultimi giorni, però, il dibattito si è focalizzato sulle scelte che SEL farà riguardo le elezioni europee: la scelta di aderire al Partito socialista europeo è contestata da ampi settori del partito, soprattutto perché la sinistra europea ha oggi un leader, il greco Alexis Tsipras, che non è riconducibile all’euroscetticismo dei partiti vetero-comunisti, ma piuttosto alla lotta contro le politiche di austerity che sono state uno dei nostri cavalli di battaglia. Alle elezioni europee i partiti potranno indicare il loro candidato alla presidenza della Commissione europea, e perché SEL dovrebbe appoggiare il tedesco Martin Schulz, alla luce dell’atteggiamento di scarso europeismo dimostrato dalla SPD (e anche dai socialisti francesi, andrebbe detto)? Il tema è importante, e che su questo punto stia emergendo una divisione come mai si era vista prima dentro SEL è positivo, perché obbliga a quella discussione aperta che finora è stata osteggiata in tutti i modi. Il rischio, però, è che il tema venga ridotto a una questione personalistica, Tsipras vs Schulz (vale la pena notare che, da un punto di vista di mera propaganda elettorale, il tema sposta pochissimi voti), banalizzando le problematiche legate all’affiliazione europea e, soprattutto, mettendo in secondo piano, al congresso nazionale, le questioni organizzative di SEL. Il problema del partito è che le ambiguità sulla sua organizzazione hanno indebolito la voce dei militanti e la loro capacità di partecipare alle decisioni più importanti, e il congresso nazionale è l’occasione per chiedere regole certe che permettano la consultazione dei militanti e la responsabilizzazione di dirigenti e eletti. Se si finisce a parlare solo di Tsipras sì o no il rischio è che una votazione dei delegati organizzata alla bell’e meglio porti a una decisione affrettata che non risolverà le divisioni interne ma darà l’impressione di una scelta partecipata, usata come scusa per rimandare di nuovo il problema della democrazia interna di SEL.

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No alla scusa della soglia

Si leggono, negli ambienti di sinistra, una serie di prese di posizione per eliminare o abbassare la soglia del 4% nella legge elettorale per le elezioni europee. Tralasciando il tempismo a dir poco sospetto, devo dire che personalmente sono contrario (anche se sono favorevole a una riduzione del numero di firme oggi richiesto per presentare le liste, decisamente troppo alto), e sono contrario nonostante al mio partito,  SEL, una riduzione della soglia farebbe molto comodo.

Parto da una osservazione molto terra-terra: una modifica in tempi utili della legge elettorale non può avvenire senza l’appoggio del PD; ma il PD in sé non ha interesse ad abbassare la soglia, perché farlo gli farebbe perdere un certo numero di europarlamentari a favore di partiti che altrimenti resterebbero fuori dalla ripartizione dei seggi. Quindi, se il PD decidesse ugualmente di modificare la legge, di sicuro la riforma sarebbe vista come una sorta di “scambio di favori”: si aiuta la sinistra a eleggere dei parlamentari in cambio di una alleanza o di una maggiore disponibilità in politica interna. Non esattamente il tipo di impressione da dare, in tempi di antipolitica imperante.

Però si potrebbe obiettare che sì, il rischio di dare un’impressione distorta c’è, ma se la riduzione della soglia è un bene in sé per la democrazia rappresentativa ne vale la pena. Ma è davvero un bene ridurre la soglia?

Secondo me lo scopo di un partito non è solo quello di rappresentare degli interessi, altrimenti non si differenzierebbe in nulla da una associazione di categoria, ma mettere in comunicazione e dialogo interessi diversi: quelli di studenti e pensionati, di dipendenti pubblici e privati, di uomini e donne… naturalmente non è possibile conciliare tutti gli interessi legittimi esistenti, ed è il motivo per cui in passato i partiti europei avevano una forte connotazione di classe e, nel momento in cui questa connotazione si è indebolita, si sono trasformati in partiti “pigliatutti” con connotazioni programmatiche e capacità di raggiungere gli elettori molto più esili (mentre al contrario si rafforzava il ruolo dei leader). Tuttavia, quello che è intendo dire è che lo scopo di un partito che non vuole fare solo testimonianza è cercare di rappresentare di quante più persone e categorie possibili nella misura in cui è possibile farlo presentando un programma di azione coerente. In termini elettorali, un partito può anche non essere interessato al 51%, ma nemmeno accontentarsi dell’1 o 2%, lo scopo deve essere crescere per essere più efficace.

(l’eccezione che conferma la regola è quella dei partiti che rappresentano minoranze etniche, linguistiche o religiose geograficamente concentrate; che comunque nelle loro aree di azione sono partiti tutt’altro che minoritari)

Ci sono esempi storici (ad esempio nell’Italia della prima repubblica) di partiti che con molto meno del 4% erano in grado di influenzare quelli più grandi e le politiche governative. Questo però avviene grazie al potenziale di ricatto determinato da sistemi politici caratterizzati da notevole frammentazione, e assenza di maggioranze stabili, situazioni in cui difficilmente la qualità della democrazia è esemplare. Anzi, spesso questi piccoli ma influenti partiti non rappresentano tanto delle categorie sociali che altrimenti non avrebbero peso politico, ma clientele elettorali e interessi tutt’altro che limpidi.

Secondo me un sistema politico ideale dovrebbe avere un partito per ogni area politica: uno per la sinistra marxista e radicale, uno per la socialdemocrazia o il laburismo, uno per il liberismo, eccetera. Permettere soglie elettorali troppo basse favorisce la presenza di partitini che, pur avendo programmi e elettorati di riferimento quasi identici, si differenziano sulla base di gelosie individuali o tatticismi di corto respiro: per gli elettori, qual è il vantaggio di una situazione simile?

Per fare qualche esempio pratico: in Germania, dove c’è il proporzionale con la soglia del 5%, il partito post-comunista ha saputo superare gli eccessi di settarismo e nostalgia unendosi con la sinistra socialdemocratica e dando vita alla Linke che, tra alti e bassi, ha un peso elettorale decisamente maggiore rispetto alla PDS del passato; in Grecia e Spagna, dove le piccole circoscrizioni falcidiano i piccoli partiti, la sinistra radicale si è organizzata in partiti (Izquierda Unida e Syryza) che hanno saputo dare una risposta e una rappresentanza adeguata alla crisi dei socialisti nei due paesi. Al contrario, in Italia, l’abitudine alla frammentazione dopo anni di proporzionale prima e Mattarellum poi è tale che anche quando si cerca di unirsi non si riesce a andare oltre alla logica del cartello elettorale, come dimostrano la storia della Sinistra arcobaleno prima e della Federazione della sinistra poi. Sinistra ecologia libertà è riuscita a sopravvivere al cartello elettorale del 2009, ma solo dopo alcuni abbandoni, grazie alla presenza di una leadership forte, e al prezzo di una costante ambiguità organizzativa, tutti fattori che adesso, dopo la sconfitta elettorale del 2013, si stanno dimostrando fardelli e non più vantaggi.

Infine, una considerazione a livello europeo: è vero che la frammentazione a livello nazionale viene superata, a livello di parlamento europeo, grazie all’organizzazione degli eletti in gruppi parlamentari che rispecchiano le aree politiche di cui parlavo sopra. Ma la differenza tra i gruppi parlamentari e i partiti che appaiono sulla scheda elettorale è uno dei fattori che mina l’accountability, e quindi la stessa democraticità, del parlamento europeo. Chi vuole che questa istituzione sia più efficace e rappresentativa, e quindi potenzialmente anche più in grado di opporsi alla deriva tecnocratica dell’Unione, dovrebbe sperare in una riforma elettorale per cui, alle elezioni europee, si voti direttamente per i partiti europei, e non per quelli nazionali. Questo da un lato permetterebbe ai cittadini di essere più informati sulla politica comunitaria, e dall’altra costringerebbe i partiti nazionali a scelte chiare (basti vedere per quanti anni sono durante le oscillazioni del PD sull’adesione al socialismo europeo, o il dibattito attuale interno a SEL); è evidente che una riforma elettorale che favorisce la frammentazione partitica va proprio in senso opposto al tentativo di “europeizzare” i partiti nazionali.

Per tutti questi motivi sono contrario all’abbassamento della soglia nelle elezioni europee, e spero che i rappresentanti di SEL e della “lista Tsipras” (a proposito di personalizzazione della politica…) useranno il tempo e le risorse politiche a loro disposizione per tentare di ottenere più del 4% piuttosto che per cambiare le regole del gioco.

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