Su Umberto Eco

Ho il rimpianto di non aver mai ascoltato Umberto Eco dal vivo, neanche negli anni che ho passato a Bologna. Se penso all’effetto che le sue opere hanno avuto su di me, ricordo quando ho letto Il pendolo di Foucault nell’estate del 2004: come spesso mi accade, ho iniziato a leggere lentamente salvo poi finire le ultime cento e passa pagine in una giornata sola, e al termine della lettura ho sentito il bisogno di andare a fare una passeggiata nel parco alberato, per avere qualche prova dell’esistenza di una realtà concreta di fronte al dubbio che tutto il mondo fosse solo finzione e rappresentazione.

Adesso l’autore è morto, e sono già stati pubblicati alcuni ricordi molto belli di persone che l’hanno conosciuto o di persona o tramite una conoscenza delle sue opere molto più approfondita della mia. Ma visto che i dieci libri (e parecchi articoli) di Eco che ho letto hanno avuto un impatto forte su di me, anche io sento il bisogno di scrivere qualcosa su di lui.

Umberto  Eco è stato un intellettuale a tutto tondo: a differenza di Pasolini, che si cimentò con diverse forme espressive, dalla poesia al cinema, Eco si è dedicato sempre e solo alla scrittura, ma scrivendo ha ricoperto ogni ruolo: è stato autore universitario, romanziere, opinionista, e tutte le sfumature che intercorrono tra queste attività. I suoi pezzi giornalistici andavano dalle osservazioni di costume più leggere (le “Bustine di Minerva” per l’Espresso) a articoli che non avrebbero sfigurato su riviste accademiche; se i suoi romanzi erano spesso difficili, in quanto trasposizione narrativa del suo percorso intellettuale, ha scritto racconti satirici e fantapolitici godibili per un pubblico più vasto; e così via.

Sull’Eco accademico non posso dire molto, non essendo io esperto di filosofia medievale e semiotica. So però che quando si è occupato di temi attinenti la scienza politica e la sociologia, come relatore in convegni o in articoli, ha dimostrato forse non la massima padronanza delle materie, ma un rigore concettuale e metodologico e una lucidità espositiva di cui oggi molti avrebbero un gran bisogno. Eco riusciva a parlare di quasi tutto non solo per dedizione allo studio, ma perché aveva gli strumenti per riuscire a affrontare gli argomenti su cui era meno ferrato. Era praticamente uno spot vivente dell’importanza della metodologia, nello studio come nella vita.

Eco ha dato un contributo prezioso al dibattito politico italiano nel periodo difficile degli anni ’70, quando causò lo sdegno sia dei ‘moderati’ che di parte dell’ortodossia progressista sostenendo che bisognava comprendere le cause e la natura del terrorismo, non per giustificarlo ma per combatterlo più efficacemente; allo stesso modo trattò i movimenti della contestazione come soggetti ‘adulti’, cioè rilevando sia le rivendicazioni giuste sia gli errori e le debolezze, evitando tanto la demonizzazione quanto l’inseguimento tipico di altri intellettuali di sinistra della sua generazione (un atteggiamento che ritrasse con efficacia ne Il pendolo di Foucault). Alcuni dei suoi pezzi migliori su questo tema sono nella raccolta Sette anni di desiderio, che invito tutti a leggere, perché molto di quello che Eco scrisse negli anni ’70 sarebbe utile anche oggi, per affrontare la sfida del fondamentalismo islamico, ed è un peccato che non sia stato molto ascoltato ai tempi.

Questo mi porta ad un’altra considerazione: da anni Umberto Eco era praticamente diventato il simbolo della figura intellettuale, o addirittura il sinonimo (“Stai a vedere che per due ore al computer e qualche traduzione diventi Umberto Eco” scrivevano press’a poco Gino e Michele nella prefazione a Le Formiche. Ultimo atto, anno 1993), ma ciò nonostante la sua influenza sulla cultura e società italiana non è così evidente. Per dire, nelle commemorazioni di questi giorni le opere più citate, oltre ai romanzi, sono Apocalittici e integrati, del 1964, e Diario minimo del 1963. E tutto quello che ha fatto e scritto nei cinquant’anni successivi?

Prendiamo Diario minimo, una raccolta all’incrocio tra la saggistica, la narrativa e la satira, che forse proprio grazie a questa natura ibrida ha contribuito a cambiare la percezione della cultura e della ricerca come di attività chiusa e dedicata a obiettivi ‘alti’, quando invece si può comprendere meglio la società facendo la fenomenologia di Mike Bongiorno, e prendere coscienza dei limiti dei propri approcci di ricerca immaginando Milano vista da un antropologo polinesiano, o le canzonette nazionalpopolari rilette da un critico letterario del futuro remoto.  Non è che Eco non abbia scritto niente di meglio in seguito: ma le sue tematiche principali erano già lì, e ha continuato a approfondirle in tutta la sua carriera successiva. Così facendo, le ha allargate in misura ammirevole, per un uomo solo, offrendo contributi importanti su tanti temi di rilievo, dal complottismo (lotta a), al ruolo dei media. In un certo senso, non mi stupirebbe se tutti gli scritti di Eco insieme componessero un’unica grande opera, coerentemente strutturata ma troppo grande per essere veramente riconoscibile nella sua unità, un po’ come la biblioteca de Il nome della rosa. Con la differenza che quella, per la sua stessa natura, era predestinata all’oscurità e, al primo accenno di incendio, alla scomparsa, mentre l’opera di Eco è pubblica, e deve continuare ad esserlo per il contributo che può dare allo sviluppo e mantenimento di cittadini consapevoli.

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