La corsa verso destra che sdogana il FN

Come è noto, il primo turno delle elezioni regionali francesi ha visto il grande (ed ennesimo) successo del Front National di Marine Le Pen, che si è imposto come primo partito ed è in testa in sei regioni su tredici. La vittoria dell’estrema destra è incontestabile: al secondo turno, al FN basterebbe vincere anche in una sola regione per raggiungere un risultato storico, cioè una carica di governo monocratica; ma se anche non dovesse vincerne nemmeno una, il risultato del 6 dicembre sarebbe ridimensionato solo in parte. E, con ogni probabilità, si tratterebbe solo di un rinvio dell’appuntamento della Le Pen con l’arrivo al potere.

Per spiegare questa vittoria che arriva da lontano (la crescita del Front è ormai pluriennale, non può essere ricondotta solo alla reazione agli attentati di Parigi di novembre) molti commentatori hanno sottolineato il fatto che, da quando ha preso il controllo del partito, Marine Le Pen ha saputo dargli un’immagine più rispettabile e lontana da quella di semplice partito neofascista, al punto da arrivare a una rottura anche familiare con il padre, e leader precedente, Jean-Marie. Tutto questo è vero, ma c’è un altro fattore da considerare, ed è lo spostamento globale a destra del sistema politico francese.

Molti ricorderanno che il primo “choc” causato dal FN fu il passaggio di Jean-Marie  Le Pen al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2002, a scapito del candidato socialista Jospin. Quel risultato storico dell’estrema destra fu dovuto però soprattutto alle divisioni della sinistra, e al ballottaggio il FN subì il rifiuto di buona parte dei francesi, con un forte aumento dell’affluenza che andò a contribuire alla vittoria schiacciante del candidato gollista Jacques Chirac. Il secondo turno fu una dimostrazione pratica della cosiddetta solidarietà repubblicana, ovvero la volontà di tutti i principali partiti di fare fronte comune contro i movimenti fascisti: in questo caso a beneficiarne è stato Chirac, ma in passato anche la sinistra ne aveva tratto benefici, quando i gollisti si erano dimostrati disposti a perdere elezioni piuttosto che fare alleanze o patti con il FN.

Sono passati tredici anni da allora. Nel 2002-2003 la destra di Chirac si guadagnò un certo credito internazionale con la sua ferma opposizione alla guerra in Iraq propugnata da Stati Uniti e Gran Bretagna, ma negli anni successivi il gollismo si trovò impreparato di fronte all’inasprirsi di alcuni dei problemi interni del paese: tra questi, il fallimento delle politiche di integrazione di stranieri e minoranze nel sistema sociale francese. I disordini nelle banlieue di Parigi mostrarono al mondo che il modello dell’assimilazionismo, fiore all’occhiello del repubblicanesimo francese, non era in grado di mantenere le proprie promesse: in teoria tutti, migranti e autoctoni, sono cittadini francesi con uguali diritti e doveri, in pratica le seconde e terze generazioni di immigrati hanno uno status socio-economico inferiore e vivono sulla propria pelle un razzismo diffuso che li relega di fatto a cittadini di serie b. La risposta alla rivolta delle banlieue fu la linea dura del ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy, che proprio con lo spostamento a destra sui temi dell’immigrazione e dell’ordine pubblico costruì il proprio successo elettorale, venendo eletto presidente della Repubblica nel 2007. In quelle elezioni presidenziali, Jean Marie Le Pen perse oltre 6 punti percentuali rispetto al 2002: voti che dal Front National andarono a premiare la svolta a destra di Sarkozy. Dei suoi cinque anni di governo si potrebbero ricordare molte cose, ma qui vorrei evidenziarne una tra tante: l’espulsione di massa di Rom dalla Francia.

Sarkozy arrivò alle elezioni presidenziali del 2012 con una certa impopolarità, dovuta anche al cattivo stato dell’economia. Quelle elezioni videro una polarizzazione della politica francese: a sinistra ci fu il buon risultato del Front de gauche (comunisti e sinistra anticapitalista), a destra il Front National, ora guidato da Marine Le Pen, tornò ai livelli del 2002. Al secondo turno fu eletto presidente della Repubblica il socialista François Hollande, con un programma di sinistra ma viziato da posizioni irrealistiche, ad esempio sulla politica fiscale.

La vittoria di Hollande aveva suscitato speranze in tutta la sinistra europea come primo passo per un cambio di rotta delle politiche comunitarie. Speranze che sfumarono abbastanza velocemente di fronte a risultati di governo assai poco entusiasmanti e alla velocità con cui Hollande diventò uno dei presidenti più impopolari di sempre. Ad ogni sconfitta elettorale, fosse in elezioni locali o europee, la risposta socialista è stata di spostare a destra l’azione di governo, ad esempio con la nomina a primo ministro del socialista liberale Manuel Valls nella primavera del 2014. Questa forma di reazione si è intensificata dopo gli attentati di novembre: la reazione di Hollande è stata la dichiarazione di tre mesi di stato di emergenza, politiche più restrittive, e oggi si parla di centri di detenzione preventiva (leggi: senza processo) per i sospettati di terrorismo. Provvedimenti che riportano alla mente il Patriot Act dell’amministrazione Bush Jr, ma che stavolta provengono da un governo socialista.

Cosa c’entra tutto questo con la vittoria del Front National? La solidarietà repubblicana antifascista non è un capriccio o una sorta di vae victis contro i reduci di Vichy, ma è, o era, l’espressione del rifiuto dei valori e principi propugnati dalla destra fascista e populista; e sono rifiutati perché considerati incompatibili sia con i valori conservatori e liberali che con quelli socialisti e progressisti, ovvero le diverse tendenze politiche che insieme hanno costituito la democrazia francese (e buona parte delle democrazie europee). Ma nel momento in cui i principali partiti della destra e della sinistra istituzionale reagiscono alle crisi del sistema politico con provvedimenti che vanno a minare i propri stessi valori (e sembrano anche vicini a quanto proposto dall’estrema destra), allora viene meno proprio la sostanza di quella solidarietà repubblicana, che si riduce a un guscio vuoto, e diventa molto più difficile considerare il Front National come un corpo estraneo nel sistema francese, o avere paura di un suo arrivo al potere.

Questo processo non è ancora del tutto compiuto: del resto, sia il comportamento dei socialisti francesi per il secondo turno che i sondaggi dicono che in parte la pregiudiziale anti-FN resiste ancora. Ma se socialisti e gollisti persevereranno nello spostarsi a destra sul tema delle libertà individuali, dei diritti civili e della gestione della multiculturalità, allora lo sdoganamento del Front National sarà completo, e nessuna desistenza o alleanza potrà contrastarne la vittoria elettorale.

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