Il dilemma della sinistra Pd

Il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato eletto con i voti di quello che potremmo definire un centrosinistra allargato. Con questa espressione non mi riferisco a tutti i gruppi parlamentari che lo hanno votato, ma a quelli che costituiscono la “maggioranza minima” per eleggerlo, e senza i quali la sua candidatura non sarebbe decollata: Partito democratico, Sinistra ecologia libertà, Scelta civica, minoranze linguistiche e piccoli gruppi di riformisti moderati (Psi, Pli, Cd): quando è stato chiaro che questa coalizione avrebbe certamente superato la quota di 505 voti al quarto scrutinio, anche l’Area popolare di Alfano e Casini si è allineata, per non restare tagliata fuori. Quindi il profilo di Mattarella non è quello di un candidato trasversale, come Ciampi nel 1999, ma di un candidato di centrosinistra in grado di riscuotere consensi anche oltre la sua area di provenienza.

Chi è il vincitore di questa battaglia presidenziale? Ci sono due opinioni principali in materia: la prima, maggioritaria, parla di un trionfo di  Renzi, che in un colpo solo ha ricompattato il Pd, spaccato la destra e ridicolizzato i 5 stelle; la seconda, invece, vede un risultato positivo della sinistra del Pd, che ha scongiurato l’elezione di un presidente espressione diretta delle larghe intese con la destra; larghe intese che ora sono più fragili (basti vedere le dichiarazioni di morte del famoso patto del Nazareno da parte di Forza Italia), proprio come desiderava la minoranza interna dei democratici.

Credo che ci sia molto di vero in entrambe le posizioni: quando si è trattato di scegliere il candidato presidenziale del Pd, Renzi ha dovuto decidere chi scontentare: o la sinistra del partito o gli alleati di destra. Ha scelto di rompere con questi ultimi: perché? Forse non solo per considerazioni tattiche, ma anche politiche: Renzi sa che al momento gli umori antigovernativi di destra sono monopolizzati e rappresentati dai soggetti populisti (Lega Nord, Fratelli d’Italia, Movimento 5 stelle) che al momento sono già all’opposizione, e sui cui voti non può contare né in parlamento né alle elezioni. A sinistra, invece, c’è la possibilità di una fuga di voti, che al momento non si è ancora verificata perché mancano in fattori che hanno reso possibile la crescita della sinistra radicale in Grecia e Spagna: leadership credibili, strutture di partito, vecchie o nuove ,in grado di incanalare il malcontento popolare verso programmi politici alternativi. È nell’interesse di Renzi ostacolare l’unione di tutte le anime della sinistra in un soggetto paragonabile a Syriza, Podemos o Izquierda plural, e quindi proporre un candidato estraneo al patto del Nazareno è stato funzionale a tale interesse, perché ha impedito che i rappresentanti di sinistra in parlamento si coalizzassero dietro un nome alternativo, come si era tentato con Prodi, portando a un’ulteriore spaccatura dentro il Pd, e ha reso più difficile la paventata fuoriuscita della minoranza dal partito (se avvenisse, sarebbe un passo avanti importante nella creazione di un soggetto nuovo di sinistra con Sel e altri movimenti e partiti minori; sebbene questa modalità sia assolutamente inadeguata a ricreare in Italia le esperienze degli altri paesi, come hanno già fatto notare alcuni).

Se questa mia interpretazione è corretta, allora si deve riconoscere a Renzi, oltre alla già nota abilità politica, una visione di ampio respiro che è rara nella politica italiana; ma non si potrebbe anche dire che la sinistra del Pd, con il suo atteggiamento ostile spesso attaccato come irresponsabile o ipocrita, ha avuto un ruolo positivo? Del resto, è per tenerla a bada che Renzi ha proposto un candidato migliore di quelli che sarebbero emersi da un accordo con le destre. E un discorso simile si potrebbe fare sulla legge elettorale: l’attuale versione dell’Italicum, per quanto piena di difetti, è comunque migliore di quella originale, e a detta di una fonte renziana esperta sull’argomento (vale a dire il parlamentare Roberto Giachetti, sul suo blog), molti cambiamenti sono stati fatti proprio per accontentare la minoranza interna (Giachetti ritiene che tali cambiamenti abbiano portato a un cambiamento in peggio, ma in questa sede non importano tanto le opinioni sui contenuti ma la ricostruzione del processo decisionale). Insomma, questo gruppo ha un potenziale di ricatto che sinora è stato usato per ottenere dei miglioramenti nelle scelte politiche del governo, un risultato di tutto rispetto. O no?

Il problema della sinistra Pd è molto semplice: lavorando all’interno del partito, possono ottenere dei risultati positivi, ma non possono capitalizzarli in termini di consenso: vediamo che sui media Renzi è il trionfatore della partita presidenziale, e non a torto, ma il ruolo dei suoi avversari interni, che pure c’è stato, è relegato a analisi di blogger o giornali a ridotta circolazione. Allo stesso modo, se l’Italicum sarà approvato, non si parlerà delle migliorie apportate dalla minoranza, ma di Renzi che è stato l’unico in grado di abolire il porcellum dopo anni di chiacchiere. E se le larghe intese dovessero frantumarsi e si tornasse al voto non si darebbe il merito (o la colpa, a seconda delle opinioni) alla sinistra del Pd, a cui anzi si direbbe “Visto che  vi sbagliavate? Renzi ha rotto con la destra e con Berlusconi, altro che patti!”

Insomma, finché sono all’interno del Pd gli oppositori di Renzi, in un modo o nell’altro, lavorano per lui; ma se escono dal Pd perdono il potere di ricatto in cambio di un esito incerto, cioè la costruzione di un nuovo soggetto di sinistra le cui prospettive di successo sono incerte, vista l’assenza di leader e di radicamento nei conflitti sociali.

Questo dilemma è forte soprattutto per quegli esponenti della minoranza democratica meno legati alle tradizioni di apparato (ovvero Civati e i suoi), ma pone problemi anche all’altra sinistra parlamentare, e cioè Sel: gli eventi di questi giorni rendono chiaro che la costruzione di un soggetto alternativo al “partito della nazione” non può avere, tra i suoi protagonisti attivi, la minoranza del Pd. Quindi è necessario abbandonare una volta per tutte le oscillazioni del passato, prendere atto che oggi col Pd si può sì dialogare in parlamento sui singoli atti legislativi, ma non si può costruire un’alleanza, salvo rimanere costantemente in mezzo al guado. Non si tratta di essere anti-sistema o contro a prescindere, ma bisogna avere la consapevolezza che o si crea un soggetto autonomo in grado di esistere a prescindere dalle alleanze, oppure l’unica alternativa coerente è sciogliersi e confluire nel Pd a fare le battaglie di corrente. E, come abbiamo visto, è un ruolo che oggi non offre grandi prospettive.

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Informazioni su skeight1985

Dottore di ricerca in scienze politiche, appassionato di letteratura, politica, musica, teatro e Final Fantasy VII.
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