Il PD può perdere l’Emilia – Romagna?

La risposta è breve: al momento, no. Quindi ci si potrebbe fermare qua, ma se a qualcuno interessa l’argomento ho provato a fare un ragionamento più complesso, per spiegare la mia opinione sul rischio, per il partito di Renzi, di indebolire in maniera irreversibile il suo legame con le regioni rosse.

Il 23 novembre si voterà per le elezioni regionali in Emilia – Romagna, anticipate rispetto alla scadenza naturale del mandato per via delle dimissioni del presidente uscente Vasco Errani in seguito alla condanna in appello per falso ideologico.

Da sempre l’Emilia – Romagna è stata governata da giunte di sinistra o centro-sinistra. Quest’anno le cose possono cambiare? È possibile per uno degli altri due poli (centro-destra e Movimento 5 stelle) strappare la regione al Partito democratico?

In linea teorica, qualche rischio ci sarebbe: innanzitutto, già prima delle vicende giudiziarie la coalizione del Pd si era indebolita in regione: nelle regionali del 2010 Vasco Errani era stato eletto con il 52,07%, il dato più basso per la sinistra da quando gli elettori possono votare per il presidente (nel 2005, per dire, aveva ottenuto il 62,73%). Parte dei voti uscenti erano andati al M5s, che con Giovanni Favia aveva ottenuto il 7,0%. Alle politiche del 2013 il centro-sinistra nel complesso (Italia bene comune e Rivoluzione civile) si è fermato al 42,1% mentre il partito di Grillo è volato al 24,65%. A questo si aggiunga che nelle regioni rosse i 5 stelle hanno ottenuto alcuni successivi significativi, eleggendo sindaci in comuni un tempo roccaforti del Pd. Alle amministrative del 2014, inoltre, mentre Renzi otteneva un ottimo risultato alle Europee il centro-sinistra perdeva, contro Grillo e contro la destra, in città come Livorno, Perugia, Urbino.

A questa situazione, si aggiunga che le primarie di domenica scorsa per scegliere il candidato presidente sono state un flop, dal punto di vista della partecipazione, segno o di delusione o di stanchezza dell’elettorato democratico, che costituisce la quasi totalità del centrosinistra emiliano-romagnolo. In queste primarie, ha vinto Stefano Bonaccini, persona competente ed onesta (a comprovarlo è arrivato il suo proscioglimento in un’indagine lampo), ma anche espressione della classe dirigente di sempre del Pd emiliano, mentre l’outsider Roberto Balzani, pur ottenendo un buon risultato, non ce l’ha fatta. Un risultato simile a quello delle primarie per il sindaco di Parma, dove ha poi vinto il grillino Pizzarotti.

Infine, rispetto alle regionali del 2010, il centro-sinistra non sarà unito, in quanto Rifondazione comunista, sotto le insegne della lista Tsipras, presenterà una propria candidata (Sinistra ecologia libertà ha invece scelto di restare nel centrosinistra). Proprio come a Livorno nelle ultime elezioni comunali.

Insomma, ci sono molti validi motivi per ritenere che il centro-sinistra potrebbe sperimentare un calo di voti, sia in termini percentuali che assoluti, rispetto al 2010. Ma può essere un calo tale da mettere a rischio la vittoria? Questa è tutta un’altra storia: rispetto alle elezioni comunali, per le regionali non è previsto il ballottaggio, e basta ottenere la maggioranza relativa dei voti per essere eletti (e, con il premio di maggioranza, non avere problemi in consiglio regionale).

Nel 2013, e cioè nel momento di massima debolezza del centro-sinistra, la coalizione Italia bene comune ha avuto, in Emilia – Romagna, un vantaggio di 15,52 punti percentuali sul M5s, e di 19,32 sul centro-destra: è realistico che uno di questi contendenti riesca a colmare un simile divario, anche senza considerare che nel frattempo ci sono state le europee, dove il distacco è cresciuto di parecchio?

Una risposta si può tentare confrontando le performance dei tre poli nelle elezioni regionali rispetto a quelle politiche ed europee. Lasciamo perdere le regionali del 2010, svoltesi in un quadro politico del tutto diverso da quello attuale, e concentriamoci sulle nove elezioni svoltesi negli ultimi due anni: quelle del 2012 in Sicilia, quelle del 2013 in Lombardia, Lazio, Molise, Friuli – Venezia Giulia e Basilicata, quelle del 2014 in Sardegna, Piemonte, Abruzzo. Poiché ciò che conta per vincere sono i voti ottenuti dai candidati presidenti di regione, confronterò questi risultati con quelli dei partiti nelle altre elezioni; si tratta di una piccola forzatura che però aiuta a capire la capacità dei tre poli di esprimere candidati competitivi. Potenzialmente peggiori, invece, sono le distorsioni derivanti dai gruppi di partiti che si comparano: mentre per il M5s, che corre sempre da solo, il confronto è molto semplice, per le due coalizioni di destra e sinistra i giochi si complicano, visto che i confini delle alleanze sono estremamente variabili; il caso estremo è quello della Sicilia, dove l’Unione di centro di Casini è stata alleata del Pd nelle regionali del 2012, del centro di Monti nelle politiche del 2013 e del centro-destra di Alfano nel 2014! Per questo, per ogni regione, ho incluso nel centro-destro e nel centro-sinistra gruppi diversi di partiti, sulla base delle coalizioni che si sono presentate alle elezioni regionali. Siccome stiamo cercando di valutare le possibilità di sconfitta del centro-sinistra, per questa coalizione ho sempre cercato di fare le scelte più svantaggiose, ad esempio includendo nel conteggio i voti delle liste più di sinistra come Rivoluzione civile o L’altra  Europa, e criteri più favorevoli per il centro-destra.

I risultati sono nella tabella qui sotto (la data vicino ai nomi delle regioni si riferisce all’anno in cui si sono svolte le elezioni regionali, mentre gli altri valori si riferiscono alle politiche del 2013 e alle europee del 2014; il Movimento 5 stelle non ha presentato candidati alle elezioni regionali sarde del 2014):

tabella er 1

Mentre questi sono i rapporti tra le performance dei candidati alla regione e le coalizioni nelle elezioni politiche ed europee (i risultati maggiori di 1 indicano che i candidati presidenti di regione hanno fatto meglio dei partiti nelle elezioni nazionali, se sono minori di 1 hanno invece performance peggiori):

tabella er 2

Come si vede, in tutte le regioni i candidati presidente del centro-sinistra ottengono risultati molto migliori rispetto a quelli della propria coalizione alle politiche del 2013; se invece li confrontiamo con le europee del 2014 la situazione cambia, poiché in cinque regioni su nove i risultati sono inferiori. Tuttavia la differenza non è amplissima: nella regione dove peggiore è la performance, il Friuli – Venezia Giulia, il candidato presidente di regione ottiene l’84,98% del risultato della sinistra alle europee 2014, un ottimo risultato se si considera che le elezioni friuliane si sono svolte subito dopo la debacle dei democratici per l’elezione del presidente della Repubblica.

Per quanto riguarda il centro-destra, invece, la situazione è più ambigua: da una parte, in cinque regioni su nove i candidati presidente fanno meglio delle coalizioni sia alle politiche che alle europee, ma ci sono fortissime oscillazioni: i partiti sono molto più forti dei candidati in Basilicata, molto più deboli nelle isole e in Friuli, mentre in Lazio e  Piemonte le differenze non paiono significative.

Netta invece è la situazione del Movimento 5 stelle: in tutte le elezioni regionali i candidati ottengono un risultato nettamente peggiore del proprio partito nelle elezioni politiche ed europee. Gli unici dati in controtendenza sono, nel confronto con le europee del 2014, il Friuli – Venezia Giulia e il Piemonte (come per la destra, la differenza è molto ridotta), ma ciò è dovuto al fatto che in queste due regioni il M5s ha subito un calo di voti molto peggiore che nelle altre qui esaminate.

In sintesi: i candidati del centro-sinistra tendono ad avere performance migliori delle proprie coalizioni, quelli del M5s hanno sempre performance peggiori, e quelli del centro-destra hanno risultati variabili. Già sulla base di questi risultati sembra improbabile, per grillini e berlusconiani, poter colmare il divario che li separa dalla sinistra in Emilia – Romagna. Ma ci sono altri fattori da considerare: innanzitutto, ricordiamo di nuovo che nel definire le coalizioni sono stati usati criteri che svantaggiano il centro-sinistra, per cui probabilmente la competitività dei suoi candidati è maggiore, e quella degli avversari di destra minore. Inoltre non è affatto detto che bassi livelli di partecipazione alle primarie si traducano in meno voti alle elezioni secondarie: anche quelle per scegliere il candidato sindaco di Milano nel 2011 avevano deluso per numero di selettori, eppure Pisapia ha vinto, e ottenendo un notevole 48,05% al primo turno; per converso, primarie partecipate come quelle del 2012 per scegliere il candidato alla presidenza del consiglio hanno portato al peggior risultato della sinistra nel dopoguerra.

Infine, non è neanche detto che vicende giudiziarie o scandali modifichino in maniera determinante le scelte di voto: in Basilicata, altra regione dove una giunta di centro-sinistra è caduta in anticipo per una indagine, la coalizione del Pd non ha perso moltissimo rispetto alle elezioni precedenti; nonostante la crisi del Monte dei Paschi di Siena, i democratici continuano a governare la città del Palio; e, per tornare in Emilia, il capoluogo Bologna, che pure ha dimostrato di poter votare a destra, se vuole, non è sembrato particolarmente turbato dalle dimissioni del sindaco democratico Del Bono e dall’inedita esperienza del commissariamento, tanto che alle successive elezioni comunali del 2011 il candidato del centro-sinistra ha vinto al primo turno ottenendo un risultato (50,47%) lievemente migliore di quello di Del Bono nel 2009 (49,40%).

Insomma, non sono Nate Silver, ma sulla base di quanto detto sopra ritengo che le probabilità che o il centro-destra o il M5s riescano, alle regionali di novembre, a ottenere più voti del centro-sinistra siano vicine allo zero. In teoria se qualcuno può riuscirci è il M5s, che è più in grado di raggranellare voti sia a destra che a sinistra, come si è visto in più occasioni; ma è lo stesso partito le cui performance nelle elezioni amministrative e regionali sono sempre peggiori che in quelle nazionali: se non fosse per i ballottaggi, oggi i 5 stelle governerebbero solo alcuni comuni minori. Al momento non ci sono segnali che indichino un cambiamento di questa caratteristica del partito di Grillo. D’altra parte, il centro-destra sembra non essere nemmeno intenzionato a provarci: a oggi, non hanno ancora scelto un candidato presidente, e paiono più interessati a altre regionali, come quelle calabresi.

Quindi i democratici possono dormire sonni tranquilli? Sì, per quanto riguarda queste elezioni: a meno di eventi improvvisi e imprevedibili, Bonaccini sarà il prossimo presidente dell’Emilia – Romagna, e può anche essere un buon presidente. Ma sul lungo periodo le cose possono cambiare: nel cuore della zona rossa d’Italia, dove gioca in casa, il “rottamatore” Renzi decide invece di seguire la strategia al ribasso dei suoi predecessori, cioè adagiarsi su un vantaggio ritenuto incolmabile per evitare di affrontare i limiti e l’usura di un modello di governo locale, quello emiliano-romagnolo, che ha moltissimi meriti, ma che è sempre più a rischio di cristallizzarsi, e quindi di non essere in grado di rispondere ai nuovi problemi sociali. Il rischio è che si crei un vuoto paragonabile a quello che, tra gli anni ’80 e ’90, si è creato nel Nord cattolico (Veneto e province lombarde confinanti), che è stato riempito dalla Lega. Ma se il Pd perde gli elettori delle zone rosse perde anche la base di risorse materiali che gli consentono di competere a livello nazionale con avversari sostenuti o da ricchezze private o da sistemi di finanziamento privato ben congegnati.

Di fronte a questa prospettiva, i partiti a sinistra del Pd, che sostengano o meno Bonaccini, dovrebbero cercare di organizzarsi per creare un’offerta politica alternativa stabile, un progetto politico di lungo periodo, per evitare di farsi trovare impreparati dall’eventuale crisi del sistema di governo democratico che potrebbe avvenire tra (pochi? molti?) anni. Altrimenti, e come sempre sinora, la risposta sarà una fuga verso destra dell’elettorato cosiddetto progressista.

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Informazioni su skeight1985

Dottore di ricerca in scienze politiche, appassionato di letteratura, politica, musica, teatro e Final Fantasy VII.
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