Ma quale svolta autoritaria…

L’appello “Verso la svolta autoritaria” promosso da Libertà e Giustizia mi fa sorridere, ma senza divertimento. Sorrido perché i toni e le paure sono esagerate rispetto alla realtà dei fatti; non mi diverto perché i testi delle riforme proposte dal governo Renzi sono comunque pessimi e richiederebbero un’opposizione concreta, non basata su fantasmi.

Come critiche mi sembrano molto più interessanti e puntuali quelle avanzate da  Gianfranco Pasquino, per esempio. In particolare mi piace questo passaggio:

Il Senato può sicuramente perdere il potere di dare e di togliere la fiducia al governo e anche quello di approvare la legge di bilancio. Però, un Senato composto da sindaci e da presidenti di regione che non sanno quali saranno esattamente i loro compiti non ha senso. Non basterà la permanenza dei già tanto contestati Senatori a vita a fare salti di qualità. Se non si fa del Senato una Camera alta, ristretta di numero, ma prestigiosa, allora, sarebbe meglio abolirlo limpidamente. Il prestigio e la legittimità derivano dalle procedure elettorali non dalle nomine di second’ordine.

Se si fa del Senato una camera per le autonomie locali, allora meglio sarebbe una composizione mista in cui la maggioranza dei senatori sono eletti su base territoriale, e una minoranza è composta da rappresentanti delle regioni (magari tre per regione, come in occasione dell’elezione del presidente della Repubblica); ma tutti parlamentari a tempo pieno. La proposta attuale invece è un pastrocchio che sembra fatto solo per motivi di immagine, per poter dire che non ci saranno più stipendi da pagare ai senatori.

Lo stesso problema, per quanto mi riguarda, che si presenta con la abolizione degli organismi elettivi delle province, sostituite da assemblee di sindaci. Anche qui sembra che l’unico scopo sia non tanto migliorare l’efficienza amministrativa o la distribuzione dei poteri tra i diversi livelli di governo, ma semplicemente far vedere che ci sono dei cambiamenti a costo zero.

I governi provinciali di sicuro non hanno funzionato a dovere in questi anni. La moltiplicazione delle province, la poca informazione riguardo le loro competenze, la centralità mediatica di sindaci e presidenti di regione le ha rese l’obiettivo ideale di una campagna di stampa che le vuole inutili poltronifici da abolire il prima possibile. Non è così; le province si occupano di questioni rilevanti per la collettività che non possono essere ricondotte al livello comunale, in particolare per quanto riguarda la cura del territorio; ma in Italia i cosiddetti “riformisti” non amano molto riformare, quanto piuttosto eliminare: se una cosa non funziona non si cerca di cambiarla in meglio, la si sopprime direttamente. E così invece di migliorare la distribuzione dei poteri e cercare di informare meglio i cittadini sull’importanza delle province, in modo da favorire anche l’accountability degli eletti, si preferisce togliere di mezzo le elezioni provinciali. Qui non c’è un rischio di autoritarismo, ma la concreta possibilità di un peggioramento della qualità della democrazia, che già in Italia non se la passa proprio bene.

 

La fretta di Renzi nel cercare di portare a casa delle riforme, anche a prescindere dalla qualità dei risultati, è comprensibile: i fattori che gli hanno permesso di prendere il posto di Enrico Letta come capo del governo sono gli stessi che lo metterebbero a rischio di subire la stessa sorte in caso di sconfitta alle elezioni europee (anche se, rispetto ai suoi predecessori al governo e nel partito, è avvantaggiato dall’assenza di rivali forti per il ruolo di segretario del Pd); al momento i sondaggi lo confortano, ma il cosiddetto “effetto Renzi” non è eterno, e l’immobilismo reale o percepito può affossarlo. Da cui la fretta di ottenere risultati che piacciano non tanto allo zoccolo duro o alla sinistra del partito, ma alla base più vasta di elettori potenziali, meno interessati alle questioni di principio. Non potendo offrire miglioramenti economici reali, come ha dimostrato la vicenda della promessa del taglio delle tasse, deve puntare su temi che strizzano l’occhio all’antipolitica, come appunto l’abolizione del Senato e delle province, che poi abolizioni non sono.

Naturalmente i dirigenti del Partito democratico parlano di grandi riforme, come è normale che sia, e dovrebbe essere l’opposizione a puntare l’indice sui difetti delle riforme proposte, e presentando a propria volta delle alternative, perché il malfunzionamento del sistema attuale è comunque palese.

Appelli come quello di Libertà e Giustizia, invece, oltre a rendere l’opposizione meno credibile con le loro esagerate paure di autoritarismo, prestano il fianco a chi vuole trasformare il dibattito in uno scontro “conservatori vs innovatori”. È il gioco giocato da Berlusconi per anni, ma c’è poco da prendere in giro i democratici per aver abbracciato lo stile e i metodi dell’avversario di sempre: in questo gioco chi si presenta come innovatore vince. Anche perché, come ho scritto in passato, la difesa della Costituzione è prima di tutto difesa dei suoi principi ispiratori, che possono essere difesi e promossi anche con un aggiornamento del testo costituzionale. Questo è il campo di battaglia su cui la sinistra dovrebbe confrontarsi per smontare la strategia di Renzi, non rifugiarsi in battaglie immaginarie e autoreferenziali.

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Informazioni su skeight1985

Dottore di ricerca in scienze politiche, appassionato di letteratura, politica, musica, teatro e Final Fantasy VII.
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