No alla scusa della soglia

Si leggono, negli ambienti di sinistra, una serie di prese di posizione per eliminare o abbassare la soglia del 4% nella legge elettorale per le elezioni europee. Tralasciando il tempismo a dir poco sospetto, devo dire che personalmente sono contrario (anche se sono favorevole a una riduzione del numero di firme oggi richiesto per presentare le liste, decisamente troppo alto), e sono contrario nonostante al mio partito,  SEL, una riduzione della soglia farebbe molto comodo.

Parto da una osservazione molto terra-terra: una modifica in tempi utili della legge elettorale non può avvenire senza l’appoggio del PD; ma il PD in sé non ha interesse ad abbassare la soglia, perché farlo gli farebbe perdere un certo numero di europarlamentari a favore di partiti che altrimenti resterebbero fuori dalla ripartizione dei seggi. Quindi, se il PD decidesse ugualmente di modificare la legge, di sicuro la riforma sarebbe vista come una sorta di “scambio di favori”: si aiuta la sinistra a eleggere dei parlamentari in cambio di una alleanza o di una maggiore disponibilità in politica interna. Non esattamente il tipo di impressione da dare, in tempi di antipolitica imperante.

Però si potrebbe obiettare che sì, il rischio di dare un’impressione distorta c’è, ma se la riduzione della soglia è un bene in sé per la democrazia rappresentativa ne vale la pena. Ma è davvero un bene ridurre la soglia?

Secondo me lo scopo di un partito non è solo quello di rappresentare degli interessi, altrimenti non si differenzierebbe in nulla da una associazione di categoria, ma mettere in comunicazione e dialogo interessi diversi: quelli di studenti e pensionati, di dipendenti pubblici e privati, di uomini e donne… naturalmente non è possibile conciliare tutti gli interessi legittimi esistenti, ed è il motivo per cui in passato i partiti europei avevano una forte connotazione di classe e, nel momento in cui questa connotazione si è indebolita, si sono trasformati in partiti “pigliatutti” con connotazioni programmatiche e capacità di raggiungere gli elettori molto più esili (mentre al contrario si rafforzava il ruolo dei leader). Tuttavia, quello che è intendo dire è che lo scopo di un partito che non vuole fare solo testimonianza è cercare di rappresentare di quante più persone e categorie possibili nella misura in cui è possibile farlo presentando un programma di azione coerente. In termini elettorali, un partito può anche non essere interessato al 51%, ma nemmeno accontentarsi dell’1 o 2%, lo scopo deve essere crescere per essere più efficace.

(l’eccezione che conferma la regola è quella dei partiti che rappresentano minoranze etniche, linguistiche o religiose geograficamente concentrate; che comunque nelle loro aree di azione sono partiti tutt’altro che minoritari)

Ci sono esempi storici (ad esempio nell’Italia della prima repubblica) di partiti che con molto meno del 4% erano in grado di influenzare quelli più grandi e le politiche governative. Questo però avviene grazie al potenziale di ricatto determinato da sistemi politici caratterizzati da notevole frammentazione, e assenza di maggioranze stabili, situazioni in cui difficilmente la qualità della democrazia è esemplare. Anzi, spesso questi piccoli ma influenti partiti non rappresentano tanto delle categorie sociali che altrimenti non avrebbero peso politico, ma clientele elettorali e interessi tutt’altro che limpidi.

Secondo me un sistema politico ideale dovrebbe avere un partito per ogni area politica: uno per la sinistra marxista e radicale, uno per la socialdemocrazia o il laburismo, uno per il liberismo, eccetera. Permettere soglie elettorali troppo basse favorisce la presenza di partitini che, pur avendo programmi e elettorati di riferimento quasi identici, si differenziano sulla base di gelosie individuali o tatticismi di corto respiro: per gli elettori, qual è il vantaggio di una situazione simile?

Per fare qualche esempio pratico: in Germania, dove c’è il proporzionale con la soglia del 5%, il partito post-comunista ha saputo superare gli eccessi di settarismo e nostalgia unendosi con la sinistra socialdemocratica e dando vita alla Linke che, tra alti e bassi, ha un peso elettorale decisamente maggiore rispetto alla PDS del passato; in Grecia e Spagna, dove le piccole circoscrizioni falcidiano i piccoli partiti, la sinistra radicale si è organizzata in partiti (Izquierda Unida e Syryza) che hanno saputo dare una risposta e una rappresentanza adeguata alla crisi dei socialisti nei due paesi. Al contrario, in Italia, l’abitudine alla frammentazione dopo anni di proporzionale prima e Mattarellum poi è tale che anche quando si cerca di unirsi non si riesce a andare oltre alla logica del cartello elettorale, come dimostrano la storia della Sinistra arcobaleno prima e della Federazione della sinistra poi. Sinistra ecologia libertà è riuscita a sopravvivere al cartello elettorale del 2009, ma solo dopo alcuni abbandoni, grazie alla presenza di una leadership forte, e al prezzo di una costante ambiguità organizzativa, tutti fattori che adesso, dopo la sconfitta elettorale del 2013, si stanno dimostrando fardelli e non più vantaggi.

Infine, una considerazione a livello europeo: è vero che la frammentazione a livello nazionale viene superata, a livello di parlamento europeo, grazie all’organizzazione degli eletti in gruppi parlamentari che rispecchiano le aree politiche di cui parlavo sopra. Ma la differenza tra i gruppi parlamentari e i partiti che appaiono sulla scheda elettorale è uno dei fattori che mina l’accountability, e quindi la stessa democraticità, del parlamento europeo. Chi vuole che questa istituzione sia più efficace e rappresentativa, e quindi potenzialmente anche più in grado di opporsi alla deriva tecnocratica dell’Unione, dovrebbe sperare in una riforma elettorale per cui, alle elezioni europee, si voti direttamente per i partiti europei, e non per quelli nazionali. Questo da un lato permetterebbe ai cittadini di essere più informati sulla politica comunitaria, e dall’altra costringerebbe i partiti nazionali a scelte chiare (basti vedere per quanti anni sono durante le oscillazioni del PD sull’adesione al socialismo europeo, o il dibattito attuale interno a SEL); è evidente che una riforma elettorale che favorisce la frammentazione partitica va proprio in senso opposto al tentativo di “europeizzare” i partiti nazionali.

Per tutti questi motivi sono contrario all’abbassamento della soglia nelle elezioni europee, e spero che i rappresentanti di SEL e della “lista Tsipras” (a proposito di personalizzazione della politica…) useranno il tempo e le risorse politiche a loro disposizione per tentare di ottenere più del 4% piuttosto che per cambiare le regole del gioco.

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Informazioni su skeight1985

Dottore di ricerca in scienze politiche, appassionato di letteratura, politica, musica, teatro e Final Fantasy VII.
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