Difendere la Costituzione?

Ho letto il Manifesto dell’Assemblea per la Costituzione: la via maestra, firmato da Lorenza Carlassare, Luigi Ciotti, Maurizio Landini, Stefano Rodotà e Gustavo Zagrebelski e pubblicato, tra gli altri spazi, anche sul sito di Sinistra ecologia libertà. L’ho letto e, nonostante la grandissima stima che provo per tutti i firmatari di cui sopra, e per quasi tutti gli altri partecipanti all’evento da cui questo manifesto deriva, ho molte perplessità sul suo contenuto.

In particolare, ciò che non mi piace è mettere al centro degli obiettivi politici della cosiddetta “sinistra diffusa” un programma di azione meramente difensivo, non molto diverso poi da quello proposto dagli anni del craxismo in avanti, che ha portato a una sempre maggiore marginalizzazione di quest’area politica. Simbolo di questo atteggiamento è la difesa ormai quasi religiosa della Costituzione italiana, “la più bella del mondo”, il che forse è vero, ma se nel resto del mondo ci sono paesi in cui i valori di solidarietà e progressismo hanno attecchito molto più in profondità che da noi allora forse qualche domanda bisogna farsela.

Nel 1979 Umberto Eco scriveva: “Smontare i miti e riconsiderarli criticamente non è riflusso e fuga nel privato: è scienza politica.” Un monito valido più che mai e, con qualche parafrasi, adatto anche alla situazione di cui parlo qui.

 

Gli autori del manifesto non sono persone sprovvedute, sono consce delle critiche possibili e le indicano nel testo, ma con una risposta più retorica che argomentata:

La difesa della Costituzione non è uno stanco richiamo a un testo scritto tanti anni fa. Non è un assurdo atteggiamento conservatore, superato dai tempi. Non abbiamo forse, oggi più che mai, nella vita d’ogni giorno di tante persone, bisogno di dignità, legalità, giustizia, libertà? Non abbiamo bisogno di politica orientata alla Costituzione? Non abbiamo bisogno d’una profonda rigenerazione bonificante nel nome dei principi e della partecipazione democratica ch’essa sancisce?

Certo che abbiamo bisogno di questi valori, ma qui la domanda più giusta sarebbe: è la nostra Costituzione attuale in grado garantirne la tutela e la promozione? La risposta degli autori, nell’ultima riga del manifesto, è: sì, basta che venga applicata anziché cambiata. Ora, lo slogan della Costituzione da applicare risale, che io sappia, almeno agli anni ’60, quando si trattava di istituire le Regioni, ma forse potrebbe nascere già durante il primo governo De Gasperi; non è un imperativo nuovo, è sempre stato il cavallo di battaglia di un Partito comunista che per ragioni geopolitiche era escluso dalle stanze del potere e solo tramite la difesa a oltranza della Carta costituzionale poteva arginare le spinte reazionarie del regime democristiano. In un contesto come quello odierno, in cui la possibilità di prendere il potere democraticamente e esercitarlo non è una utopia, questa parola d’ordine perde parecchio valore. Del resto, una Costituzione non è solo una lista di dichiarazioni astratte ma uno strumento concreto; e uno strumento che non riesce a essere applicato probabilmente ha dei problemi. Questo non vuol dire essere d’accordo con la vulgata di destra che disprezza la nostra Costituzione, ma semplicemente non chiudere gli occhi di fronte a dei problemi reali: dire che la Costituzione ha dei difetti non vuol dire negarne la validità generale.

Infine, una considerazione pratica. La Costituzione è stata già cambiata, si prenda la riforma del titolo V nel 2000/2001 e la più recente introduzione dell’obbligo di pareggio di bilancio. La riforma è un pastrocchio di cui vediamo gli effetti negativi, l’obbligo di pareggio di bilancio è una cessione di sovranità inaccettabile; eppure la prima è stata persino approvata dai cittadini con il referendum costituzionale (anche se la stragrande maggioranza degli elettori ha espresso solo disinteresse tramite l’astensionismo), e il secondo ha trovato solo l’opposizione di piccoli gruppi di opposizione a sinistra, ma nulla di più. Se si può cambiare così facilmente la Costituzione in peggio, vuol dire che essa non è, per i cittadini italiani, il “punto di riferimento” di cui si parla nel manifesto; o meglio, lo è, ma solo per una parte della popolazione, probabilmente circoscritta, quando invece una Costituzione dovrebbe essere la base del contratto politico di tutto il paese, non di una minoranza più o meno corposa. Questo era il senso dell’Assemblea costituente, ma bisogna prendere atto che quel consenso è venuto meno.

 

Per sottolineare l’attualità della Costituzione il manifesto ne cita quattro articoli, i primi tre (centralità del lavoro, dignità della persona, valore dell’uguaglianza), e l’art. 53 (importanza della progressività fiscale per il legame sociale). Personalmente condivido e potrei indicarne molti altri che sono importanti quanto questi. Solo che, su 138 articoli, potrei indicarne altri che, invece, non sono a questo livello, e potrebbero essere decisamente modificati in meglio.

Un argomento classico è che si può modificare la Costituzione nella sua parte seconda, concernente l’ordinamento della Repubblica, mantenendo però intatti i principi fondamentali e la parte prima su diritti e doveri dei cittadini. Ma siamo sicuri che non si possano modificare anche questi per ampliarne la portata? Qualche esempio: per ridurre l’influenza della Chiesa Cattolica nella nostra politica interna bisognerebbe eliminare unilateralmente i Patti Lateranensi e il successivo Concordato, agendo sull’articolo 7; l’articolo 11 lo conosciamo tutti perché ci ricorda che l’Italia ripudia la guerra, ma qualche rigo più sotto dice anche che consente alle limitazioni di sovranità necessarie ad un ordinamento che assicuri la pace e la giustizia fra le nazioni; questo principio, introdotto pensando a Nazioni Unite e Patto Atlantico, è l’unico con cui vengono giustificate le limitazioni di sovranità dettate dall’Unione Europea, ma non sarebbe meglio fare come in Francia, e cioè inserire degli articoli ad hoc per chiarire meglio le possibilità e i limiti della politica comunitaria rispetto alla sovranità nazionale? E lo dico da sostenitore del federalismo europeo: cessione di sovranità sì, ma tenendo ben presenti i modi e le misure. Dovrebbe essere una questione all’ordine del giorno anche per chi denuncia le politiche di austerità imposte dall’Ue, invece niente.

Puntiamo in alto: l’articolo 3 dice che tutti i cittadini hanno pari dignità e uguaglianza senza distinzione di sesso, razza, lingua, religione, opinioni, condizioni personali e sociali. “Condizioni personali” dovrebbe essere sufficiente, ma siccome i dibattiti di questi anni hanno dimostrato che non lo è, perché non inserire anche “orientamento sessuale”? Non sarebbe una modifica che amplia le libertà individuali invece di restringerle?

 

L’argomento più forte a favore della difesa della Costituzione sono le intenzioni di chi vorrebbe cambiarla, e qua gli autori del manifesto hanno pienamente ragione quando descrivono l’idea che la democrazia abbia fatto il suo tempo e che si sia ormai in un tempo post-democratico: il tempo della sostituzione del governo della “tecnica” economico-finanziaria al governo della “politica” democratica.” Ma il problema è che se oggi la riforma della Costituzione è diventata sinonimo di stravolgimento tecnocratico è anche perché nessuno ha mai tentato di proporre riforme costituzionali che andassero in direzione opposta, mirante cioè a aumentare le libertà democratiche e le possibilità di partecipazione alla cosa pubblica garantite dalla Carta piuttosto che a restringerle o a assoggettarle al mercato. L’esempio per me più eclatante riguarda la nostra forma di governo: il manifesto dichiara che il presidenzialismo è la “punta dell’iceberg” del “tentativo di cambiare la Costituzione in senso meramente efficientistico-aziendalistico”, ma non dice una parola sul fatto che il sistema attuale, ovvero il bicameralismo perfetto in cui il Parlamento ha due Camere con poteri uguali, legame fiduciario con il governo incluso, non solo è poco efficiente dal punto di vista della produzione legislativa e della stabilità governativa, ma è anche molto meno democratico di quanto potrebbe essere. Innanzitutto perché al Senato l’età per il diritto di voto è 25 anni, e quindi vuol dire che il voto degli elettori della fascia 18-25 vale la metà di quello degli altri, visto che il Senato ha gli stessi poteri; inoltre, essendo le due camere elette con sistemi elettorali diversi la possibilità di maggioranze diverse è una possibilità concreta, che abbiamo visto abbastanza spesso nella Seconda Repubblica, e questo rende più difficile la corretta attribuzione delle responsabilità, che è un elemento fondamentale per poter esercitare con cognizione di causa il diritto di voto. Eliminare il bicameralismo perfetto dovrebbe essere un obiettivo importante, che tra l’altro permetterebbe di dare più peso politico nazionale agli enti locali, se il Senato venisse coerentemente trasformato in un organo di rappresentanza delle Regioni. E si badi che questa riforma si può fare senza introdurre il presidenzialismo, e da sola basterebbe a dare più stabilità al governo, che manterebbe il legame fiduciario con una sola Camera, con tutti i vantaggi del caso. Se in nome della difesa della Costituzione ci si rifiuta di fare una battaglia per una riforma di questo tipo si lascia il campo ai riformatori che puntano al presidenzialismo e alla marginalizzazione del Parlamento, e di fronte a un sistema inefficiente anche una proposta autoritaria alla lunga risulterà più popolare.

Un altro esempio riguarda il titolo V della Costituzione; che la formulazione attuale non sia un granché l’ho già detto, e essendo stato riformato in tempi recenti non c’è uno spirito della Costituzione originario da difendere. Può essere riformato di nuovo, come si è tentato di fare più volte, e non sarebbe il caso di fare una propria proposta invece che limitarsi a contrastare quelle della destra?

 

Gli autori del manifesto legano la difesa della Costituzione ai movimenti sociali degli ultimi anni, ma questo non è sufficiente a trasformare tale difesa in un programma di azione politica, perché anche questi movimenti sono sempre stati prettamente difensivi, e questo per mancanza di una proposta politica che cercasse di andare oltre la resistenza agli attacchi del pensiero conservatore e liberista.

Tra l’altro, inserire tra i movimenti sociali quello per “la gestione dei beni comuni” è curioso, perché è proprio la sfera del comune a essere assente nella nostra Costituzione, che è inevitabilmente figlia della dicotomia pubblico-privato, con poco spazio per una società civile che non si riconosca in questi due estremi (ed è notevole che il principio del comune oltre pubblico e privato accomuni pensatori diversissimi come il cattolico Stefano Zamagni e Toni Negri, a dimostrazione che si tratta di un principio che, questo sì, che si fa strada in un’area trasversale alla distinzione classica tra sinistra radicale/massimalista e sinistra moderata/riformista); insomma, proprio la difesa dei beni comuni richiederebbe un ripensamento di parte della nostra carta costituzionale.

 

Per concludere: la vera lotta non dovrebbe essere tra smantellamento e difesa a oltranza della Costituzione. Siamo in una fase storica in cui, pur restando validi i principi della Costituzione, la sua formulazione concreta è ormai in molti punti insufficiente e inadeguata a rappresentare la comunità politica italiana; se questa considerazione è corretta, allora una riforma è inevitabile. E allora il vero scontro politico è tra le diverse proposte di riforma, tra quelle che promuovono una trasformazione in senso più liberista e tecnocratico e quelle che promuovono una evoluzione in senso più partecipativo. La sinistra dovrebbe farsi alfiere di questa seconda opzione, piuttosto che limitarsi a una difesa dell’esistente. Altrimenti, il rischio è di difendere un fortino isolato mentre le truppe avversarie sciamano indisturbate nel resto del paese.

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Informazioni su skeight1985

Dottore di ricerca in scienze politiche, appassionato di letteratura, politica, musica, teatro e Final Fantasy VII.
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