Niente riforma della cittadinanza

La politica vive di simboli, che piaccia o no. Di riforma della legge sulla cittadinanza si parla da anni, e da più di un anno la campagna “L’Italia sono anch’io” raccoglie firme per una proposta di modifica di questa legge e per dare agli stranieri il diritto di voto nelle elezioni amministrative. Il centrosinistra lo aveva inserito nel suo programma e il presidente della Repubblica Napolitano ne ha parlato nel suo discorso di fine anno del 2012. Eppure, il tema non è stato mai veramente al centro del dibattito sino a quando una donna nera non è stata nominata ministro dell’integrazione. Probabilmente la scelta di Cécile Kyenge è l’unica cosa positiva che sarà ricordata a sinistra del governo Letta, anche se per adesso l’effetto più evidente di questo incarico è una esplosione di livore razzista che smentisce tutta la narrazione consolatoria dell’Italia accogliente e non xenofoba. Se ci sarà veramente una riforma della legge sulla cittadinanza è tutto da vedere.

 In linea teorica è possibile: una simile riforma non è nel programma di governo, quindi su una proposta proveniente non dal consiglio dei ministri ma dal parlamento sarebbe possibile una maggioranza diversa da quella di governo, che comprenda il PD, Sinistra ecologia libertà, forse Scelta civica (movimento poco interessato ai diritti civili, ma molto ad accogliere i moniti di Napolitano) e il Movimento 5 stelle. In pratica, però, è molto difficile che ciò avvenga perché in questa legislatura, come nella precedente, il Popolo della libertà è una forza di governo tecnicamente irresponsabile. Uso questo termine nella sua accezione più politologica: il partito di Berlusconi è dato per favorito in prossime eventuali elezioni, quindi non avrebbe problemi a far cadere il governo; per questo può minacciare la crisi anche per impedire la formazione di maggioranze alternative su temi specifici che non riguardano il governo, e di sicuro lo farà se sarà utile a rinsaldare il suo elettorato più conservatore e ostile a politiche inclusive. Ma in un simile scenario Scelta civica non rischierebbe di far crollare le grandi intese, per cui il suo apporto a una legge divisiva diventa molto improbabile. A questo punto una maggioranza alternativa sul tema avrebbe bisogno, almeno al Senato, del Movimento 5 stelle, ma oggi Grillo ha detto che sullo ius soli si devono esprimere gli italiani con un referendum. Considerando che in Italia, al momento, non esiste il referendum propositivo probabilmente Grillo si riferisce a un referendum consultivo, solo che manca l’oggetto su cui consultare gli elettori: infatti lo ius soli è un principio che può essere declinato nella pratica in modi molto diversi che devono ancora essere discussi. È importante notare che le associazioni più impegnate nella difesa dei diritti degli immigrati non chiedono uno ius soli radicale in cui basta trovarsi in Italia al momento della nascita per avere automaticamente la cittadinanza: come si può leggere nella proposta di legge de “L’Italia sono anch’io” si richiede che almeno uno dei genitori stranieri sia nato in Italia o vi soggiorni da almeno un anno. Si può discutere se questi requisiti sono sufficienti o troppo ampi, se bisogna usarne altri o meno, ma a farlo possono essere o il parlamento o il governo; solo dopo che saranno definiti i criteri precisi si potrebbe procedere a un referendum. Ora, il governo non è in grado perché una delle sue forze principali è radicalmente contraria a ogni modifica, e in parlamento a parte Sinistra ecologia libertà le forze che potrebbero voler modificare la legge esitano o si negano con argomenti capziosi. Poco spazio per l’ottimismo, insomma. 

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Informazioni su skeight1985

Dottore di ricerca in scienze politiche, appassionato di letteratura, politica, musica, teatro e Final Fantasy VII.
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