Qual è la posta in gioco delle primarie

In un momento in cui giornali e tg raccontano l’inarrestabile peggioramento dell’economia italiana, gli eventi atmosferici dimostrano che anche le aree del paese considerate più all’avanguardia non sono al riparo del dissesto idrogeologico e sul Medio Oriente soffiano di nuovo venti di guerra, le primarie del centrosinistra rischiano di perdere l’aura positiva conquistata dopo il dibattito del 12 novembre e di essere considerate un evento da addetti ai lavori, una cerimonia politica lontana dai bisogni e dagli umori dei cittadini. Non è così, e vale la pena tentare di spiegare il perché.

 

Iniziamo da una considerazione poco diffusa: al momento il centrosinistra attuale (Sel-Psi-Pd) è l’unica coalizione in grado di ottenere una maggioranza parlamentare autosufficiente nelle elezioni del 2013. Degli altri contendenti forse solo il Movimento 5 stelle potrebbe riuscirci, scommettendo su una ulteriore e forte crescita elettorale, che però non è affatto scontata. Le due destre oggi esistenti, quella cattolica, moderata e “centrista” di Casini, Fini e Montezemolo e quella populista di Alfano, Berlusconi e Maroni, si contendono un bacino di voti intorno al 40%, e nessuna delle due al momento sembra in grado di inglobare i voti dell’altra.

Il centrosinistra, invece, al momento oscilla nei sondaggi intorno al 35%; questi numeri non tengono conto degli indecisi, è vero, ma se consideriamo l’esposizione mediatica che si avrà nella settimana delle primarie – a maggior ragione se l’affluenza sarà alta – e il fatto che dal 2 dicembre sarà la prima coalizione ad avere un leader certo e attivo in campagna elettorale, allora si può ipotizzare che ci siano margini di crescita, tali da rendere possibile anche il superamento della soglia del 40% che potrebbe essere inserita nella riforma elettorale.

 

Alla luce di ciò, il risultato delle primarie diventa più importante di quanto possa sembrare, ma molti scettici e disillusi di sinistra non nascondono il loro malcontento: alle primarie sono chiamati a votare quelli che condivideranno una carta di intenti criticata da destra e sinistra. Le critiche da destra qui non interessano; da sinistra si punta l’indice sull’apertura alla collaborazione con i moderati, sulla promessa di mantenere gli impegni con l’Europa, sulle dichiarazioni poco coraggiose sui diritti civili. Critiche giuste o ingenerose?

Forse entrambe le cose, ma il punto è che non considerano quello che per me è l’elemento fondamentale: alcune formulazioni della carta di intenti sono volutamente generiche perché la loro declinazione concreta dipenderà dai rapporti di forza che emergeranno dalle primarie stesse. Per dire, più voti avranno Vendola e Puppato e più la tutela giuridica delle coppie omosessuali si orienterà verso il matrimonio e non verso strumenti annacquati; più voti avrà Renzi e più il centrosinistra volgerà verso la privatizzazione dei servizi sociali. I critici da sinistra di Vendola hanno capito prima e meglio di altri la posta in gioco, e lo accusano di essersi piegato a un rischio inaccettabile. Io credo che, in questo momento, il rischio di una sconfitta vada accettato se si vuole cercare di cambiare le cose, ma l’importanza e la posta della scommessa in corso non è stata evidenziata da nessuno dei candidati, che comprensibilmente si concentrano sulle idee e sulla retorica della partecipazione.

 

Quanto detto sopra si applica a uno dei temi che suscitano più mal di pancia, e cioè l’alleanza di governo con i moderati. La carta di intenti ne parla solo in riferimento a un settore di policy (la riforma dell’Unione Europea), ma con termini (“patto di legislatura”) che sembrano preludere a un rapporto ben più stresso. Insomma, anche in questo caso l’alleanza o meno con Fini e Casini dipenderà dal risultato delle primarie. Al momento Bersani e Tabacci sono favorevoli a un accordo, Renzi e Vendola contrari, la Puppato (inizialmente disponibile, poi più prudente nel dibattito) sembra neutrale. Quindi, se dopo il 25 novembre Bersani e Tabacci avranno più del 50% dei voti l’apertura al centro sarà legittimata dal voto della base, e sarà più difficile contrastarla. Lo tengano a mente quei sostenitori di Vendola tentati dal “voto utile” per Bersani in funzione anti-Renzi: chiunque vada al ballottaggio, p fondamentale che i candidati dichiaratamente anti-Udc siano determinanti per l’esito finale.

 

Un problema del centrosinistra è che la battaglia prima sull’indizione e poi sulle regole delle primarie ha prodotto un fiume di retorica sulle stesse, oscurando il fatto che sono sì uno strumento migliore di altri per la selezione dei candidati, ma comunque uno strumento, e che la battaglia decisiva sarà alle elezioni vere e proprie. Se i risultati dei partiti sovvertissero i rapporti di forza delle primarie, tutto tornerebbe in alto mare. Per fare due esempi, Vendola può anche vincere le primarie e diventare presidente del Consiglio, ma se Sel dovesse fermarsi al 3% non ci sarebbero molti margini per una svolta a sinistra del governo. Al contrario, Sel al 9% potrebbe influenzare molto più efficacemente anche un eventuale governo Renzi.

Al di là delle considerazioni sui singoli partiti, è fondamentale che il centrosinistra lotti per superare la soglia del 40%, necessaria a prescindere dalla legge elettorale per accreditarsi come maggioranza legittimata a governare da sola, senza aperture ai moderati. Come abbiamo detto ci sono margini di crescita, ma anche di calo dei consensi, ad esempio se il giorno dopo le primarie iniziasse una gara di accuse e ricorsi su brogli, o se le elezioni amministrative dovessero essere gestite male: alla regione Lazio il rischio sembra essere scongiurato grazie a una candidatura di prestigio come quella di Nicola Zingaretti; al comune di Roma e alla regione Lombardia, invece, la strada per il fallimento sembra già imboccata. Tuttavia il disfacimento dell’Italia dei valori e della Federazione della sinistra, la “crisi di crescita” del Movimento 5 stelle e la perpetua attesa di Godot dei moderati sono elementi che giocano a vantaggio del centrosinistra; ai suoi leader il compito di saperli sfruttare. Incrociamo le dita.

 

In conclusione: fermo restando che tutto si deciderà nelle elezioni del 2013, le primarie sono uno tappa intermedia fondamentale per stabilire quale sarà il profilo programmatico definitivo con cui il centrosinistra si presenterà agli elettori. Da questo punto di vista, chi per disillusione pensa di astenersi dal voto sappia che rinuncia a far sentire la sua voce in una consultazione che non ha avuto eguali in passato – le primarie del 2005 avevano un risultato scontato – e forse non ne avrà nell’immediato futuro.

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Informazioni su skeight1985

Dottore di ricerca in scienze politiche, appassionato di letteratura, politica, musica, teatro e Final Fantasy VII.
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