I risultati dei ballottaggi

I ballottaggi del 19 giugno 2016 hanno interessato 121 comuni superiori. I comuni andati al ballottaggio sono diffusi su tutto il territorio italiano, e sono quindi un campione utile a rappresentare i trend politici nazionali, al di là delle specificità locali.

I candidati che hanno partecipato ai ballottaggi sono ascrivibili ai seguenti gruppi politici: Movimento 5 stelle; Partito democratico, da solo, in coalizione con civiche e liste minori, in coalizione di centro-sinistra; centro-destra, unito o diviso tra forze liberal-conservatrici (Forza Italia, civiche e liste locali) e forze di destra radicale o populista (Lega Nord, Fratelli d’Italia); sinistra radicale, unita o divisa in una pluralità di sigle; partiti, liste e civiche di orientamento centrista; liste civiche senza chiara affiliazione o vicinanza a partiti o movimenti nazionali.

I risultati del primo turno non hanno detto molto sui risultati di questi gruppi. Se il PD era chiaramente in calo rispetto alle passate consultazioni, comunque si mostrava in grado di andare al ballottaggio un po’ ovunque, e di eleggere sindaci al primo turno. Al contrario il M5S, pur ottenendo buoni risultati in termini percentuali, riusciva ad andare al ballottaggio solo in una piccola parte dei comuni dove si presentava. Il centro-destra risultava, a causa delle proprie divisioni, più debole e meno competitivo di quanto dicevano le sue percentuali.

I ballottaggi permettono di dare indicazioni più precise.

Per quanto riguarda il Partito democratico, si tratta di una sconfitta pesante e senza appello, e non solo per il disastro romano o per la sconfitta a Torino (a sorpresa solo per alcuni giornali). Nei comuni dove si presenta alleato alla sinistra, ottiene solo 12 vittorie su 29, e in quelli dove arriva al ballottaggio da solo o in coalizione con liste minori o di centro ottiene 23 vittorie su 60. Vince, cioè, in appena il 40% dei ballottaggi a cui partecipa. Il fatto che, in termini percentuali, le alleanze con la sinistra abbiano una performance leggermente migliore delle altre sembra un’ulteriore sconfessione della strategia politica della maggioranza renziana. La leadership di Renzi è comunque seriamente compromessa, anche perché si è ormai risolta l’ambiguità del consenso successiva alle elezioni europee del 2014: in quell’occasione Renzi aveva usato il 40,8% ottenuto dal Pd come mandato popolare per la propria azione politica, ignorando però che le forze che sostenevano in parlamento il suo governo avevano ottenuto, complessivamente, il 47,1%, ed erano quindi minoranza nel paese. Oggi quel 40,8 è un lontano ricordo, e il Pd si sta indebolendo a quel livello comunale i cui amministratori erano stati fondamentali nel costruire il consenso interno che aveva permesso a Renzi di diventare segretario del PD.

Per il Movimento 5 stelle, al contrario, il risultato soddisfacente del primo turno si è trasformato in un trionfo: non solo vince a Roma e Torino, ma in 18 dei 19 comuni in cui vanno al ballottaggio, e quasi ovunque con percentuali molto alte: in media i candidati a 5 stelle ottengono il 63,3%, con punte sopra il 70% in Sicilia. Il M5S dimostra per l’ennesima volta di essere la forza più in grado di vincere ai ballottaggi, il che è un punto di forza notevole alla luce della nuova legge elettorale nazionale. Naturalmente questa vittoria non cancella i problemi strutturali di fondo, come la difficoltà ad arrivare al secondo turno e il gran numero di comuni, anche capoluoghi, dove non sono stati presentati propri candidati; tuttavia, non sembra che questi problemi, almeno sul breve periodo, danneggino il partito di Grillo in termini elettorali.

Il centro-destra ha un quadro più sfumato: molti parlano di sconfitta, visto che non ha eletto sindaci in nessuna delle città più grandi andate al voto, e indubbiamente è così. Ma le elezioni non si vincono solo nelle metropoli, ma anche nei comuni piccoli e medi, e qua la situazione cambia. Il centro-destra vince a Benevento, Brindisi, Grosseto, Novara, Olbia, Pordenone, Savona, Trieste, e in parecchi comuni minori. Mentre Forza Italia e le coalizioni di centro-destra classico non vanno un granché bene, vincendo in 21 ballottaggi su 50 a cui partecipano, meglio fanno i candidati di Lega e Fratelli d’Italia (9 vittorie su 17) e quelli  espressione di civiche di centro-destra (6 vittorie su 10). Come già al primo turno, la destra ha buoni risultati in termini percentuali ma vince meno di quanto potrebbe a causa delle proprie divisioni. L’esperienza però dice che quando si tratta di competere in elezioni nazionali i partiti di quest’area non hanno troppi problemi a ricompattarsi, il che rende molte incerte le prospettive su chi andrebbe al ballottaggio in elezioni politiche con l’Italicum.

La sinistra radicale al primo turno è stata piuttosto deludente: a Roma e  Torino ha ottenuto risultati sotto le aspettative; in altri comuni è andata meglio, ma scontando divisioni pari o maggiori a quelli della destra, che però andavano a frazionare una base elettorale ben minore. La conseguenza è stata che risultati di lista complessivi intorno al 7-8% su base nazionale si sono polverizzati tra tante sigle e candidati, finendo per valere molto meno,  con poche eccezioni. Il ballottaggio invece offre risultati migliori, anche se solo in comuni non capoluogo, con la rilevantissima eccezione di Napoli. Quello di cui si parla di più è il risultato di Sesto Fiorentino, storica roccaforte del PCI-DS-PD, dove il candidato di Sinistra italiana supera il 65%; ma sono comunque 8 i comuni dove candidati a sinistra del PD sono arrivati al ballottaggio, ed hanno vinto in 5 questi. Come detto, a parte Napoli (dove per giunta conta molto la leadership personale di De Magistris) si tratta di piccoli comuni, di certo non sufficienti a delineare un trend nazionale; ma per la sinistra in cerca di ricostruzione si tratta di casi da cui trarre utili lezioni.

Infine, un gruppo di cui poco si parla, perché in effetti è difficile anche definirlo come tale: il gruppo dei candidati civici. In alcuni casi è arduo anche capire chi è civico per davvero e chi è invece espressione nascosta dei partiti nazionali, o di loro correnti. La nostra stima qui è che sono 40 i comuni in cui sono arrivati al ballottaggio candidati appoggiati da liste civiche per cui non si può identificare una vicinanza partitica, e in almeno un comune entrambi i candidati sono di questo tipo. I candidati civici hanno vinto in 21 di questi 40 comuni, un risultato quindi positivo, anche perché la percentuale media delle vittorie è 63,1%; inoltre vale la pena di sottolineare che uno di questi comuni è anche l’unico in cui il Movimento 5 stelle ha perso al ballottaggio. Vista l’eterogeneità delle liste civiche, è difficile spiegare i loro risultati con criteri validi ovunque, e tuttavia si può almeno dire che la loro forza e diffusione è un’ulteriore prova delle difficoltà del PD e degli altri partiti tradizionali di organizzare il consenso sul territorio.

 

In sintesi, se i sondaggi nazionali ci parlano di un tripolarismo PD-M5S-destra, le elezioni amministrative offrono un quadro ancor più complesso e disgregato. Il disegno politico di Renzi appare in declino, il Movimento 5 stelle in ascesa e il centro-destra in fase di riorganizzazione post-Berlusconi, ma nessuno di questi soggetti è in grado, da solo, di offrire risposte soddisfacenti alla maggioranza dei cittadini italiani. Il clima di confusione politica, quindi, sembra destinato a rimanere tale ancora per parecchio tempo.

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Su Umberto Eco

Ho il rimpianto di non aver mai ascoltato Umberto Eco dal vivo, neanche negli anni che ho passato a Bologna. Se penso all’effetto che le sue opere hanno avuto su di me, ricordo quando ho letto Il pendolo di Foucault nell’estate del 2004: come spesso mi accade, ho iniziato a leggere lentamente salvo poi finire le ultime cento e passa pagine in una giornata sola, e al termine della lettura ho sentito il bisogno di andare a fare una passeggiata nel parco alberato, per avere qualche prova dell’esistenza di una realtà concreta di fronte al dubbio che tutto il mondo fosse solo finzione e rappresentazione.

Adesso l’autore è morto, e sono già stati pubblicati alcuni ricordi molto belli di persone che l’hanno conosciuto o di persona o tramite una conoscenza delle sue opere molto più approfondita della mia. Ma visto che i dieci libri (e parecchi articoli) di Eco che ho letto hanno avuto un impatto forte su di me, anche io sento il bisogno di scrivere qualcosa su di lui.

Umberto  Eco è stato un intellettuale a tutto tondo: a differenza di Pasolini, che si cimentò con diverse forme espressive, dalla poesia al cinema, Eco si è dedicato sempre e solo alla scrittura, ma scrivendo ha ricoperto ogni ruolo: è stato autore universitario, romanziere, opinionista, e tutte le sfumature che intercorrono tra queste attività. I suoi pezzi giornalistici andavano dalle osservazioni di costume più leggere (le “Bustine di Minerva” per l’Espresso) a articoli che non avrebbero sfigurato su riviste accademiche; se i suoi romanzi erano spesso difficili, in quanto trasposizione narrativa del suo percorso intellettuale, ha scritto racconti satirici e fantapolitici godibili per un pubblico più vasto; e così via.

Sull’Eco accademico non posso dire molto, non essendo io esperto di filosofia medievale e semiotica. So però che quando si è occupato di temi attinenti la scienza politica e la sociologia, come relatore in convegni o in articoli, ha dimostrato forse non la massima padronanza delle materie, ma un rigore concettuale e metodologico e una lucidità espositiva di cui oggi molti avrebbero un gran bisogno. Eco riusciva a parlare di quasi tutto non solo per dedizione allo studio, ma perché aveva gli strumenti per riuscire a affrontare gli argomenti su cui era meno ferrato. Era praticamente uno spot vivente dell’importanza della metodologia, nello studio come nella vita.

Eco ha dato un contributo prezioso al dibattito politico italiano nel periodo difficile degli anni ’70, quando causò lo sdegno sia dei ‘moderati’ che di parte dell’ortodossia progressista sostenendo che bisognava comprendere le cause e la natura del terrorismo, non per giustificarlo ma per combatterlo più efficacemente; allo stesso modo trattò i movimenti della contestazione come soggetti ‘adulti’, cioè rilevando sia le rivendicazioni giuste sia gli errori e le debolezze, evitando tanto la demonizzazione quanto l’inseguimento tipico di altri intellettuali di sinistra della sua generazione (un atteggiamento che ritrasse con efficacia ne Il pendolo di Foucault). Alcuni dei suoi pezzi migliori su questo tema sono nella raccolta Sette anni di desiderio, che invito tutti a leggere, perché molto di quello che Eco scrisse negli anni ’70 sarebbe utile anche oggi, per affrontare la sfida del fondamentalismo islamico, ed è un peccato che non sia stato molto ascoltato ai tempi.

Questo mi porta ad un’altra considerazione: da anni Umberto Eco era praticamente diventato il simbolo della figura intellettuale, o addirittura il sinonimo (“Stai a vedere che per due ore al computer e qualche traduzione diventi Umberto Eco” scrivevano press’a poco Gino e Michele nella prefazione a Le Formiche. Ultimo atto, anno 1993), ma ciò nonostante la sua influenza sulla cultura e società italiana non è così evidente. Per dire, nelle commemorazioni di questi giorni le opere più citate, oltre ai romanzi, sono Apocalittici e integrati, del 1964, e Diario minimo del 1963. E tutto quello che ha fatto e scritto nei cinquant’anni successivi?

Prendiamo Diario minimo, una raccolta all’incrocio tra la saggistica, la narrativa e la satira, che forse proprio grazie a questa natura ibrida ha contribuito a cambiare la percezione della cultura e della ricerca come di attività chiusa e dedicata a obiettivi ‘alti’, quando invece si può comprendere meglio la società facendo la fenomenologia di Mike Bongiorno, e prendere coscienza dei limiti dei propri approcci di ricerca immaginando Milano vista da un antropologo polinesiano, o le canzonette nazionalpopolari rilette da un critico letterario del futuro remoto.  Non è che Eco non abbia scritto niente di meglio in seguito: ma le sue tematiche principali erano già lì, e ha continuato a approfondirle in tutta la sua carriera successiva. Così facendo, le ha allargate in misura ammirevole, per un uomo solo, offrendo contributi importanti su tanti temi di rilievo, dal complottismo (lotta a), al ruolo dei media. In un certo senso, non mi stupirebbe se tutti gli scritti di Eco insieme componessero un’unica grande opera, coerentemente strutturata ma troppo grande per essere veramente riconoscibile nella sua unità, un po’ come la biblioteca de Il nome della rosa. Con la differenza che quella, per la sua stessa natura, era predestinata all’oscurità e, al primo accenno di incendio, alla scomparsa, mentre l’opera di Eco è pubblica, e deve continuare ad esserlo per il contributo che può dare allo sviluppo e mantenimento di cittadini consapevoli.

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La corsa verso destra che sdogana il FN

Come è noto, il primo turno delle elezioni regionali francesi ha visto il grande (ed ennesimo) successo del Front National di Marine Le Pen, che si è imposto come primo partito ed è in testa in sei regioni su tredici. La vittoria dell’estrema destra è incontestabile: al secondo turno, al FN basterebbe vincere anche in una sola regione per raggiungere un risultato storico, cioè una carica di governo monocratica; ma se anche non dovesse vincerne nemmeno una, il risultato del 6 dicembre sarebbe ridimensionato solo in parte. E, con ogni probabilità, si tratterebbe solo di un rinvio dell’appuntamento della Le Pen con l’arrivo al potere.

Per spiegare questa vittoria che arriva da lontano (la crescita del Front è ormai pluriennale, non può essere ricondotta solo alla reazione agli attentati di Parigi di novembre) molti commentatori hanno sottolineato il fatto che, da quando ha preso il controllo del partito, Marine Le Pen ha saputo dargli un’immagine più rispettabile e lontana da quella di semplice partito neofascista, al punto da arrivare a una rottura anche familiare con il padre, e leader precedente, Jean-Marie. Tutto questo è vero, ma c’è un altro fattore da considerare, ed è lo spostamento globale a destra del sistema politico francese.

Molti ricorderanno che il primo “choc” causato dal FN fu il passaggio di Jean-Marie  Le Pen al ballottaggio delle elezioni presidenziali del 2002, a scapito del candidato socialista Jospin. Quel risultato storico dell’estrema destra fu dovuto però soprattutto alle divisioni della sinistra, e al ballottaggio il FN subì il rifiuto di buona parte dei francesi, con un forte aumento dell’affluenza che andò a contribuire alla vittoria schiacciante del candidato gollista Jacques Chirac. Il secondo turno fu una dimostrazione pratica della cosiddetta solidarietà repubblicana, ovvero la volontà di tutti i principali partiti di fare fronte comune contro i movimenti fascisti: in questo caso a beneficiarne è stato Chirac, ma in passato anche la sinistra ne aveva tratto benefici, quando i gollisti si erano dimostrati disposti a perdere elezioni piuttosto che fare alleanze o patti con il FN.

Sono passati tredici anni da allora. Nel 2002-2003 la destra di Chirac si guadagnò un certo credito internazionale con la sua ferma opposizione alla guerra in Iraq propugnata da Stati Uniti e Gran Bretagna, ma negli anni successivi il gollismo si trovò impreparato di fronte all’inasprirsi di alcuni dei problemi interni del paese: tra questi, il fallimento delle politiche di integrazione di stranieri e minoranze nel sistema sociale francese. I disordini nelle banlieue di Parigi mostrarono al mondo che il modello dell’assimilazionismo, fiore all’occhiello del repubblicanesimo francese, non era in grado di mantenere le proprie promesse: in teoria tutti, migranti e autoctoni, sono cittadini francesi con uguali diritti e doveri, in pratica le seconde e terze generazioni di immigrati hanno uno status socio-economico inferiore e vivono sulla propria pelle un razzismo diffuso che li relega di fatto a cittadini di serie b. La risposta alla rivolta delle banlieue fu la linea dura del ministro dell’Interno Nicolas Sarkozy, che proprio con lo spostamento a destra sui temi dell’immigrazione e dell’ordine pubblico costruì il proprio successo elettorale, venendo eletto presidente della Repubblica nel 2007. In quelle elezioni presidenziali, Jean Marie Le Pen perse oltre 6 punti percentuali rispetto al 2002: voti che dal Front National andarono a premiare la svolta a destra di Sarkozy. Dei suoi cinque anni di governo si potrebbero ricordare molte cose, ma qui vorrei evidenziarne una tra tante: l’espulsione di massa di Rom dalla Francia.

Sarkozy arrivò alle elezioni presidenziali del 2012 con una certa impopolarità, dovuta anche al cattivo stato dell’economia. Quelle elezioni videro una polarizzazione della politica francese: a sinistra ci fu il buon risultato del Front de gauche (comunisti e sinistra anticapitalista), a destra il Front National, ora guidato da Marine Le Pen, tornò ai livelli del 2002. Al secondo turno fu eletto presidente della Repubblica il socialista François Hollande, con un programma di sinistra ma viziato da posizioni irrealistiche, ad esempio sulla politica fiscale.

La vittoria di Hollande aveva suscitato speranze in tutta la sinistra europea come primo passo per un cambio di rotta delle politiche comunitarie. Speranze che sfumarono abbastanza velocemente di fronte a risultati di governo assai poco entusiasmanti e alla velocità con cui Hollande diventò uno dei presidenti più impopolari di sempre. Ad ogni sconfitta elettorale, fosse in elezioni locali o europee, la risposta socialista è stata di spostare a destra l’azione di governo, ad esempio con la nomina a primo ministro del socialista liberale Manuel Valls nella primavera del 2014. Questa forma di reazione si è intensificata dopo gli attentati di novembre: la reazione di Hollande è stata la dichiarazione di tre mesi di stato di emergenza, politiche più restrittive, e oggi si parla di centri di detenzione preventiva (leggi: senza processo) per i sospettati di terrorismo. Provvedimenti che riportano alla mente il Patriot Act dell’amministrazione Bush Jr, ma che stavolta provengono da un governo socialista.

Cosa c’entra tutto questo con la vittoria del Front National? La solidarietà repubblicana antifascista non è un capriccio o una sorta di vae victis contro i reduci di Vichy, ma è, o era, l’espressione del rifiuto dei valori e principi propugnati dalla destra fascista e populista; e sono rifiutati perché considerati incompatibili sia con i valori conservatori e liberali che con quelli socialisti e progressisti, ovvero le diverse tendenze politiche che insieme hanno costituito la democrazia francese (e buona parte delle democrazie europee). Ma nel momento in cui i principali partiti della destra e della sinistra istituzionale reagiscono alle crisi del sistema politico con provvedimenti che vanno a minare i propri stessi valori (e sembrano anche vicini a quanto proposto dall’estrema destra), allora viene meno proprio la sostanza di quella solidarietà repubblicana, che si riduce a un guscio vuoto, e diventa molto più difficile considerare il Front National come un corpo estraneo nel sistema francese, o avere paura di un suo arrivo al potere.

Questo processo non è ancora del tutto compiuto: del resto, sia il comportamento dei socialisti francesi per il secondo turno che i sondaggi dicono che in parte la pregiudiziale anti-FN resiste ancora. Ma se socialisti e gollisti persevereranno nello spostarsi a destra sul tema delle libertà individuali, dei diritti civili e della gestione della multiculturalità, allora lo sdoganamento del Front National sarà completo, e nessuna desistenza o alleanza potrà contrastarne la vittoria elettorale.

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Net neutrality in Europa tra miopia e indifferenza

Il 27 ottobre il Parlamento Europeo ha approvato un regolamento in materia di internet che, secondo molti esperti del settore, tra cui il “padre” del world wide web Tim Berners-Lee, rischia di indebolire la tutela della net neutrality, vale a dire il principio dell’accesso libero e indiscriminato di tutti alla rete. I timori sul testo erano stati espressi già prima di arrivare al voto, tanto che c’era stata una forte pressione per votare quattro emendamenti che avrebbero corretto i difetti del regolamento in materia, ma al momento del voto questi emendamenti non sono stati approvati, lasciando il testo sostanzialmente com’era.

Per una spiegazione esauriente sul tema e sulle problematiche che si aprono con il voto del 27 rimando ai link inseriti sopra e a questo commento di Fabio Chiusi. Da segnalare che, per quanto riguarda gli europarlamentari italiani, il Partito democratico ha votato insieme a Lega e Forza Italia per bocciare gli emendamenti, che sono stati invece appoggiati dall’Altra Europa con Tsipras e Movimento 5 stelle. Non mi piacciono le semplificazioni generazionali, ma in questo caso non mi sembra strano che a votare per difendere la net neutrality siano stati i due movimenti che, alle ultime europee hanno ottenuto il maggior successo rispettivamente tra le persone con elevato titolo di studio e i giovani. Il Partito democratico invece ha dato un’ennesima dimostrazione di miopia: il libero accesso alla rete è fondamentale per sfruttare a pieno le potenzialità dello strumento, anche dal punto di vista economico; quindi proprio i paesi in cui la diffusione della connessione è indietro rispetto alla media europea, come l’Italia, avrebbero un maggior interesse a difendere con forza questo principio, se non per motivi etici almeno per calcolo strategico ed economico. Questo invece non è successo, il che sembra confermare che, anche con la “rottamazione” di Renzi, non sembra sia stato affrontato uno dei principali problemi del nostro sistema politico: i partiti che più convintamente si definiscono europeisti non sono in grado di dare un contributo utile alla legislazione europea.

Al di là delle considerazioni sul Pd, però, resta il fatto che in Europa, a differenza che nel Nord America o in Asia, il tema della neutralità della rete non sembra in grado di suscitare una sufficiente pressione politica da parte dei cittadini, nonostante internet sia usato quotidianamente, e sia sempre più importante, per la stragrande maggioranza della popolazione. Cercare di aumentare la consapevolezza pubblica su temi apparentemente tecnici ma in realtà importanti come le tasse o le strade è una delle sfide per i movimenti di sinistra.

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Rifugiati e immigrati: ‘buoni’ vs ‘cattivi’?

C’è una tendenza preoccupante per cui, per favorire l’accoglienza dei rifugiati, si dice “Non vengono per il lavoro, fuggono da situazioni terribili.”
È preoccupante per due motivi: innanzitutto si suggerisce una distinzione di valora tra il migrante ‘buono’ (il rifugiato) e quello ‘cattivo’ (il migrante economico), di fatto avallando l’idea reazionaria che la presenza straniera sia un danno per l’economia e il mercato del lavoro, nonostante le evidenze del contrario. 
In secondo luogo, si ignora che il rifugiato, se non ha prospettiva di ritorno in patria in tempi brevi, vuole comunque costruirsi una vita propria nel paese ospitante, smettere di essere un soggetto umanitario per diventare soggetto autonomo, economico e di conseguenza anche politico, quindi con differenze molto minori rispetto ai migranti a scopo lavorativo sin dal principio. 
Può sembrare una questione di lana caprina, ma le parole sono importanti, perché vanno a influenzare le decisioni concrete. Stiamo attenti.

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Il dilemma della sinistra Pd

Il nuovo presidente della Repubblica, Sergio Mattarella, è stato eletto con i voti di quello che potremmo definire un centrosinistra allargato. Con questa espressione non mi riferisco a tutti i gruppi parlamentari che lo hanno votato, ma a quelli che costituiscono la “maggioranza minima” per eleggerlo, e senza i quali la sua candidatura non sarebbe decollata: Partito democratico, Sinistra ecologia libertà, Scelta civica, minoranze linguistiche e piccoli gruppi di riformisti moderati (Psi, Pli, Cd): quando è stato chiaro che questa coalizione avrebbe certamente superato la quota di 505 voti al quarto scrutinio, anche l’Area popolare di Alfano e Casini si è allineata, per non restare tagliata fuori. Quindi il profilo di Mattarella non è quello di un candidato trasversale, come Ciampi nel 1999, ma di un candidato di centrosinistra in grado di riscuotere consensi anche oltre la sua area di provenienza.

Chi è il vincitore di questa battaglia presidenziale? Ci sono due opinioni principali in materia: la prima, maggioritaria, parla di un trionfo di  Renzi, che in un colpo solo ha ricompattato il Pd, spaccato la destra e ridicolizzato i 5 stelle; la seconda, invece, vede un risultato positivo della sinistra del Pd, che ha scongiurato l’elezione di un presidente espressione diretta delle larghe intese con la destra; larghe intese che ora sono più fragili (basti vedere le dichiarazioni di morte del famoso patto del Nazareno da parte di Forza Italia), proprio come desiderava la minoranza interna dei democratici.

Credo che ci sia molto di vero in entrambe le posizioni: quando si è trattato di scegliere il candidato presidenziale del Pd, Renzi ha dovuto decidere chi scontentare: o la sinistra del partito o gli alleati di destra. Ha scelto di rompere con questi ultimi: perché? Forse non solo per considerazioni tattiche, ma anche politiche: Renzi sa che al momento gli umori antigovernativi di destra sono monopolizzati e rappresentati dai soggetti populisti (Lega Nord, Fratelli d’Italia, Movimento 5 stelle) che al momento sono già all’opposizione, e sui cui voti non può contare né in parlamento né alle elezioni. A sinistra, invece, c’è la possibilità di una fuga di voti, che al momento non si è ancora verificata perché mancano in fattori che hanno reso possibile la crescita della sinistra radicale in Grecia e Spagna: leadership credibili, strutture di partito, vecchie o nuove ,in grado di incanalare il malcontento popolare verso programmi politici alternativi. È nell’interesse di Renzi ostacolare l’unione di tutte le anime della sinistra in un soggetto paragonabile a Syriza, Podemos o Izquierda plural, e quindi proporre un candidato estraneo al patto del Nazareno è stato funzionale a tale interesse, perché ha impedito che i rappresentanti di sinistra in parlamento si coalizzassero dietro un nome alternativo, come si era tentato con Prodi, portando a un’ulteriore spaccatura dentro il Pd, e ha reso più difficile la paventata fuoriuscita della minoranza dal partito (se avvenisse, sarebbe un passo avanti importante nella creazione di un soggetto nuovo di sinistra con Sel e altri movimenti e partiti minori; sebbene questa modalità sia assolutamente inadeguata a ricreare in Italia le esperienze degli altri paesi, come hanno già fatto notare alcuni).

Se questa mia interpretazione è corretta, allora si deve riconoscere a Renzi, oltre alla già nota abilità politica, una visione di ampio respiro che è rara nella politica italiana; ma non si potrebbe anche dire che la sinistra del Pd, con il suo atteggiamento ostile spesso attaccato come irresponsabile o ipocrita, ha avuto un ruolo positivo? Del resto, è per tenerla a bada che Renzi ha proposto un candidato migliore di quelli che sarebbero emersi da un accordo con le destre. E un discorso simile si potrebbe fare sulla legge elettorale: l’attuale versione dell’Italicum, per quanto piena di difetti, è comunque migliore di quella originale, e a detta di una fonte renziana esperta sull’argomento (vale a dire il parlamentare Roberto Giachetti, sul suo blog), molti cambiamenti sono stati fatti proprio per accontentare la minoranza interna (Giachetti ritiene che tali cambiamenti abbiano portato a un cambiamento in peggio, ma in questa sede non importano tanto le opinioni sui contenuti ma la ricostruzione del processo decisionale). Insomma, questo gruppo ha un potenziale di ricatto che sinora è stato usato per ottenere dei miglioramenti nelle scelte politiche del governo, un risultato di tutto rispetto. O no?

Il problema della sinistra Pd è molto semplice: lavorando all’interno del partito, possono ottenere dei risultati positivi, ma non possono capitalizzarli in termini di consenso: vediamo che sui media Renzi è il trionfatore della partita presidenziale, e non a torto, ma il ruolo dei suoi avversari interni, che pure c’è stato, è relegato a analisi di blogger o giornali a ridotta circolazione. Allo stesso modo, se l’Italicum sarà approvato, non si parlerà delle migliorie apportate dalla minoranza, ma di Renzi che è stato l’unico in grado di abolire il porcellum dopo anni di chiacchiere. E se le larghe intese dovessero frantumarsi e si tornasse al voto non si darebbe il merito (o la colpa, a seconda delle opinioni) alla sinistra del Pd, a cui anzi si direbbe “Visto che  vi sbagliavate? Renzi ha rotto con la destra e con Berlusconi, altro che patti!”

Insomma, finché sono all’interno del Pd gli oppositori di Renzi, in un modo o nell’altro, lavorano per lui; ma se escono dal Pd perdono il potere di ricatto in cambio di un esito incerto, cioè la costruzione di un nuovo soggetto di sinistra le cui prospettive di successo sono incerte, vista l’assenza di leader e di radicamento nei conflitti sociali.

Questo dilemma è forte soprattutto per quegli esponenti della minoranza democratica meno legati alle tradizioni di apparato (ovvero Civati e i suoi), ma pone problemi anche all’altra sinistra parlamentare, e cioè Sel: gli eventi di questi giorni rendono chiaro che la costruzione di un soggetto alternativo al “partito della nazione” non può avere, tra i suoi protagonisti attivi, la minoranza del Pd. Quindi è necessario abbandonare una volta per tutte le oscillazioni del passato, prendere atto che oggi col Pd si può sì dialogare in parlamento sui singoli atti legislativi, ma non si può costruire un’alleanza, salvo rimanere costantemente in mezzo al guado. Non si tratta di essere anti-sistema o contro a prescindere, ma bisogna avere la consapevolezza che o si crea un soggetto autonomo in grado di esistere a prescindere dalle alleanze, oppure l’unica alternativa coerente è sciogliersi e confluire nel Pd a fare le battaglie di corrente. E, come abbiamo visto, è un ruolo che oggi non offre grandi prospettive.

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Sull’attacco a un giornale, la libertà di religione e dissenso, la convivenza

(nel rileggere questo articolo scritto di getto, mi rendo conto che esso è insufficiente; nel senso che definire un programma di azione politico adeguato ad affrontare i conflitti derivanti dalla convivenza multiculturale e dalle tensioni culturali, sociali ed economiche che ne derivano è un’impresa difficilissima, già tentata più volte e sinora con scarsi risultati, e che richiede moltissimo tempo e impegno. Per cui interventi più brevi e limitati ai “principi” rischiano di risultare velleitari, se non addirittura irritanti.  Ma lo pubblico lo stesso, come punto di partenza di riflessioni più ampie da portare avanti in futuro)

L’attacco terroristico del 7 gennaio 2015 contro il giornale satirico francese “Charlie Hebdo”, in cui dodici persone sono state uccise da un gruppo probabilmente di integralisti islamici (anche se mentre scrivo i colpevoli sono ancora in fuga e non ci sono rivendicazioni, le testimonianze e i video dell’attacco lasciano pochi dubbi sulla matrice religiosa della strage), pone seri interrogativi a tutti noi. In particolare, chi crede nei valori di solidarietà e accoglienza e chi pensa che una società aperta e multietnica sia preferibile a una chiusa e identitaria deve fare i conti con il fatto che i principi fondanti di un simile modello, tra cui svetta la libertà di espressione, sono messi in discussione e rifiutati con la violenza non solo e non tanto dai componenti di una ipotetica maggioranza che vede minacciato il proprio status, ma anche da individui e gruppi nati all’interno di minoranze etniche, culturali e religiose, cioè nell’ambito di soggetti sociali deboli e svantaggiati, la difesa dei quali è da sempre al centro dell’azione politica dei partiti e movimenti di sinistra. Continua a leggere

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Il PD può perdere l’Emilia – Romagna?

La risposta è breve: al momento, no. Quindi ci si potrebbe fermare qua, ma se a qualcuno interessa l’argomento ho provato a fare un ragionamento più complesso, per spiegare la mia opinione sul rischio, per il partito di Renzi, di indebolire in maniera irreversibile il suo legame con le regioni rosse. Continua a leggere

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SISP 2014

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Sono in partenza per Perugia, dove da domani a sabato si terrà il convegno della Società italiana di scienza politica. 

Manco da Perugia da parecchi anni; a dirla tutta, ci sono stato un giorno e mezzo nel lontano 2002 e mai più. Tra l’altro, di quel viaggio in giro per l’Umbria ricordo bene solo gli affreschi di Giotto ad Assisi (sfido, li avevo studiati pochi mesi prima), ma il resto meno, perché ero assorbito dalla lettura sul manifesto degli eventi sanguinosi in Palestina. A dodici anni di distanza, la situazione è solo peggiorata. Sono un po’ di mesi che sto ragionando su violenza, religioni, laicità e relazioni internazionali; prima o poi dovrò mettere tutto per iscritto, se non altro per fare ordine nella mente.

Ma sto divagando. Dicevo di Perugia: quest’anno presenterò due paper: uno sulla policy leadership nell’ambito delle politiche per l’immigrazione, rielaborazione di una parte della mia tesi di dottorato; e un altro sulle parlamentarie del Movimento 5 stelle, scritto insieme alla mia collega Lisa Lanzone. E, sempre a proposito di primarie, domani nell’ambito del convegno sarà presentato il volume  Il PD secondo Matteo (Bononia University Press), curato da Gianfranco Pasquino e Fulvio Venturino, in cui c’è anche un capitolo scritto da me e Sara Mengucci sul comportamento dei selettori delle primarie del Partito democratico del 2013.

Insomma, di impegni in questi tre giorni ce ne saranno parecchi: ma mi sono assicurato di ritagliarmi il tempo necessario per andare a vedere, sabato, Si alza il vento di Miyazaki. A proposito, se volete andarci anche voi: http://www.studioghibli.it/si-alza-il-vento-prenota-subito-il-tuo-biglietto/

So long!

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Cupio dissolvi

Dopo le elezioni non ho più aggiornato il blog.

Il primo motivo è stato il pessimo risultato, nelle elezioni comunali pavesi, della lista  Sinistra per Pavia, per cui ho fatto campagna elettorale. Per questo motivo, prima di commentare sul blog la sconfitta e gli errori commessi sia da me che dagli altri promotori di questa esperienza, volevo confrontarmi dal vivo con gli altri attivisti. Nel frattempo, però, ne sono successe di pessime a livello nazionale: prima il litigio, interno alla lista L’Altra Europa con Tsipras, tra Barbara Spinelli e SEL; e poi la spaccatura di Sinistra Ecologia Libertà con la fuoriuscita del partito di molti deputati, tra cui alcuni dei fondatori (Claudio Fava, Titti Di Salvo, Gennaro Migliore).

Per me che sono iscritto a SEL dall’anno della sua nascita, il 2010, si è trattato di un colpo molto duro, e già avevo fatto fatica a digerire la storia della Spinelli, in cui davvero la sinistra italiana ha dato il peggio di sé: raggiungere il 4% non è un trionfo ma è la base per costruire qualcosa di nuovo e potenzialmente utile nel futuro, e invece pochi giorni dopo questo risultato abbiamo dato agli elettori (reali e potenziali) lo spettacolo di una candidata che cambia idea sugli impegni presi e difesi in precedenza, e di una parte di sostenitori della lista che protestavano contro l’elezione al parlamento europeo della capolista che aveva preso il maggior numero di preferenze. Non credo di sbagliare dicendo che dopo questo spettacolo almeno un terzo degli elettori della lista Tsipras oggi non la rivoterebbero. Continuo a ritenere validi i motivi per votare l’Altra Europa che avevo elencato su questo blog prima delle elezioni, ma oggi devo riconoscere con sconforto che i promotori di questo soggetto politico non si sono dimostrati all’altezza dell’impegno che essi stessi avevano preso.

La crisi di SEL ha oscurato questa lite, e dato parzialmente ragione a chi giustificava la scelta della Spinelli con una inaffidabilità del partito. Rispetto le motivazioni di chi ha deciso di lasciare il partito, ma leggendole sinceramente non riesco a capire perché, su queste basi, non abbiano scelto di aderire al Partito democratico sin dalla sua fondazione nel 2007. Più in generale, se la vicenda Spinelli mi è sembrata indice di un cupio dissolvi connaturato alla sinistra, la spaccatura in SEL indica invece la difficoltà per molti di militare in un partito in cui le proprie posizioni strategiche (non ideologiche) sono in minoranza. Già quando scegliemmo di allearci con il PD per le elezioni del 2013 alcuni se ne andarono verso sinistra, oggi se ne vanno per il centro. Forse è difficile aspettarsi un maggiore attaccamento verso SEL, che oltre a essere da sempre considerato un progetto transitorio verso un soggetto nuovo è anche nato da quattro minoranze uscite da altrettanti partiti, però se ogni volta che si è in disaccordo si decide di abbandonare il progetto alla fine cosa resta? Come si fa a sostenere l’idea di un progetto unitario se non si accetta la possibilità di far convivere posizioni diverse?

A questo punto, sinceramente, non so se SEL ha ancora futuro, nonostante le buone intenzioni di chi è rimasto e vuole rilanciarla. Da sola, probabilmente, non può fare molto, ma ha la forza di contribuire alla creazione di un soggetto a sinistra del PD che non sia di pura testimonianza? Non lo so, e spero che possa emergere una risposta nei prossimi mesi.

La mia idea è questa: noi attivisti di sinistra che siamo o studenti con poche prospettive, o disoccupati, o lavoratori precari, o lavoratori con qualche garanzia ma minacciati dal declino, non abbiamo grande fiducia nelle proposte politiche di Renzi, ma non ci auguriamo il suo fallimento, perché sappiamo che il risultato di un tale fallimento sarebbe la continuazione e l’aggravamento della crisi economica. Non scommettiamo sul fallimento del governo, però, proprio perché non crediamo nella validità delle proposte di Renzi, sappiamo che questo fallimento è possibile; e se il PD fallisce, i voti in uscita da quel famoso 40,8% non finiranno in una Syriza italiana, perché tale partito al momento non c’è, ma più probabilmente andranno al populismo di destra, al Movimento 5 stelle, al separatismo leghista (per i leghisti l’obiettivo della secessione non è scomparso, è “dormiente” in attesa di vedere come andranno le battaglie separatiste in Scozia, Belgio e Catalogna). Per questo oggi, a sinistra, più che correre in soccorso del governo – soccorso inefficace, visto che la maggioranza non ha bisogno dei transfughi di sinistra ma non può fare a meno della destra – sarebbe utile costruire un’opposizione reale a sinistra del PD, in modo da offrire una alternativa credibile. SEL in questo soggetto potrebbe portare una cultura realista, quella che ha ispirato l’atteggiamento verso il governo Letta: una opposizione che non impediva il dialogo e la convergenza su singoli provvedimenti nei lavori parlamentari. È possibile farlo? Boh. Al momento non vedo come i singoli militanti possano cercare di influenzare i processi politici che verranno, si può solo aspettare e sperare.

 

Nell’attesa, vorrei rendere questo mio blog meno monotematico, dare più spazio ad argomenti leggeri e alle mie attività esterne alla politica. Ad esempio, domani sarò a Firenze per il seminario post-elettorale della SISE, e porterò la mia relazione sulle primarie online dei Verdi europei. Nei prossimi giorni racconterò come è andata.

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